L’agronomo: Il Kenaf

L’agronomo: Il Kenaf

17 Agosto 2019 Off Di Marcello Onorato

Famiglia: Malvacee

Nome scientifico: Hibiscus cannabinus

Etimologia: il nome Kenaf deriva dalla parola persiana che indica la pianta. 

Pianta: il kenaf, secondo il Murdoc, fu domesticato nel 3500 a.C. nel Nuclear Mande, una regione agricola dell’Africa Occidentale ove l’agricoltura si sviluppò indipendentemente da quella egiziana. Sono tre le aree africane ove si trovano forme selvatiche della pianta: le valli superiori del Niger e del Bani, che è la zona più vicina al centro di domesticazione, il territorio Angolano ed il territorio Tanzaniano. Nel 1972, una équipe di archeologi dell’ ISMEO – Istituto per il Medio e l’Estremo Oriente dell’Università di Roma -, in uno scavo effettuato a Shahr-l-Sokhta, nel Sistan Persiano, ha rinvenuto una cordicella di kenaf risalente al III millennio, datata attorno al 2400-2800 a.C. In periodo storico, il primo impiego del kenaf è avvenuto ad opera delle popolazioni del continente indiano che, per la più ampia adattabilità della specie in rapporto alla juta, lo hanno da sempre utilizzato nelle aree marginali al bacino monsonico del continente asiatico.
La fibra di kenaf fu presentata per la prima volta in Europa sul mercato di Londra agli inizi del XX secolo (1901-1902) con il nome di
Bimlipatam jute, nome derivato dal villaggio di Bimlipatam. Il Kenaf è una pianta annuale a crescita rapida, dal fusto eretto, poco ramificato, molto competitiva e rustica, adatta perciò all’agricoltura biologica. Il fusto del Kenaf è formato da tre parti: la parte esterna corticale, detta Tiglio che fornisce fibra tessile lunga, la parte interna legnosa, detta Kenapulo che fornisce legno leggero ed assorbente, la parte cava centrale, detta Midollo. E’ una pianta, annuale, ermafrodita, sotto il profilo botanico, esistono diverse varietà. Le varietà coltivate differiscono tra loro per le caratteristiche delle foglie (intere o lobate), il colore dei petali (verdi, rossi o porpora) degli steli (verdi, rossi o porpora) e dei piccioli delle foglie (verdi o porpora). Le foglie adulte possono essere intere o lobate (palmatosette). Il Kenaf è sensibile al fotoperiodismo e la maggior parte delle varietà sono a giorno corto: cioè manifestano induzione a fiore quando le ore di luce scendono al di sotto di un certo valore della durata del giorno.
I fiori di Kenaf, sono solitari, ascellari, di colore giallo carico, con una maculatura centrale appaiono come il classico fiore di hibisco. Raramente sono anche bianchi. Il frutto è una capsula spinosa, a cinque logge. Ogni pianta produce in media da 35 a 40 capsule contenenti ciascuna da 25 a 30 semi cioè 5 – 6 semi per loggia. Il seme ha forma reniforme, o a dente di squalo ed è di colore variante dal grigio al nerastro. Un chilogrammo di seme di Kenaf contiene in media circa 50.000 semi, si tratta di semi ad alto contenuto di olio, molto simile a quello di cotone e di canapa. Proprio perché oleaginoso, il seme di Kenaf è deperibile, perde velocemente la capacità germinativa.
Il Kenaf è molto sensibile al freddo e può essere coltivato nei mesi più caldi alle nostre latitudini, in Italia il periodo ideale della semina è tra fine aprile inizio maggio, mentre la raccolta può avviene da metà fine settembre in poi.
Durante il ciclo vegetativo di 4 – 5 mesi, la pianta raggiunge fino a 5 metri di altezza, producendo fino a 80 tonnellate di biomassa verde per ettaro, che diventeranno circa 18-20 tonnellate per ettaro di peso secco al 18-20 % di umidità.

Usi: Grazie alle caratteristiche del fusto e alla rilevante produzione di biomassa, il kenaf, attualmente, è coltivato in alcune aree dell’Asia Orientale per le industrie della saccheria e della corderia e come materia prima per la produzione di pasta di cellulosa. L’interesse per questa coltura si sta estendendo anche ai paesi della fascia temperata, dove si può inserire nell’avvicendamento colturale, come una coltura primaverile – estiva, quale succedaneo delle tradizionali essenze legnose utilizzate per produzioni di fibra da destinare all’isolamento termico ed acustico degli edifici, infatti le fibre hanno ottime proprietà termoacustiche, traspiranti ed igroscopiche. Permette quindi la regolazione dell’umidità garantendo un buon microclima interno. É un prodotto che non contiene sostanze tossiche e non presenta rischi per la salute durante la fase di lavorazione e nemmeno durante la messa in opera o l’uso. Il Kenaf si usa anche per la produzione di biocombustibli, nel 2004 l’Università di Bologna ha attivato un progetto sperimentale per la coltivazione biologica del Kenaf per la produzione di biomasse.

Curiosità: Secondo alcuni studi il kenaf è in grado di purificare l’aria dallo smog: le città più inquinate potrebbero trarre gran giovamento se venissero circondate da anelli di coltivazione a kenaf, che ha, inoltre, il pregio di non impoverire i terreni migliorandone la struttura.

 

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