La materia prima era la Terra, SU LADIRI

La materia prima era la Terra, SU LADIRI

2 Dicembre 2019 Off Di Bruno Concas

Negli ultimi anni si sente spesso parlare di casa Campidanese. Questa parola subito ci fa venire in mente i piccoli centri storici, del Campidano, o quanto meno ciò che è sopravvissuto.
Queste umili dimore sono caratterizzate da un loggiato che si apre su un ampia corte interna attorno alla quale si affaccia e sviluppa tutto l'edificio. Storicamente alla casa si accedeva attraverso un ampio portale d'ingresso. La copertura invece era in tegole e i muri intonacati a calce. Il tratto caratterizzante di queste costruzioni era la chiusura verso l'esterno aspetto necessario a proteggere la casa.

Il materiale con cui venivano costruite queste umili abitazioni era il làdiri. Questo mattone, realizzato in terra cruda, nella Piana del Campidano risultava essere l'unico materiale da costruzione di facile reperimento. Il campidano è una area molto vasta e i Làdiri se pur uguali nella forma e apparentemente simili avevano caratteristiche diverse. Ne venivano prodotti di diversi tipi dove la qualità e le caratteristiche tecniche ne determinavano il loro valore e di conseguente l'impiego per realizzare parti specifiche di edifici. 
La casa veniva completata piano per piano con la posa del solaio. A seconda dello status della famiglia poteva variare l'intonaco dal fango alla calce. I solai Intermedi erano realizzati in legno e cosi anche le coperture. All'epoca le case erano prive di decorazioni, solo dopo il 1800 e solo per le famiglie più abbienti o nobili queste iniziavano a comparire.

Questo articolo vuole focalizzare la sua attenzione sul mattone e sulla tecnica con cui veniva prodotto. Senza scendere troppo sul dettaglio vediamo produzione e tipi di Làdiri. La materia prima era la terra, di questa si possono, generalizzando, distinguere tre tipi: La prima era sempre di estrazione superficiale. Questa terra era composta di argille e materiale organico. Queste richiedevano l'aggiunta di quantità elevate di paglia per evitare che durante il processo di asciugatura si formassero crepe. Ritenuto un mattone di qualità inferiore veniva solitamente impiegato per la realizzazione delle zoccolature o destinato alle abitazioni di famiglie umili. La terra migliore chiamata Terra e Anea veniva solitamente estratta presso i depositi alluvionali. Questa terra per le particolari proporzioni di argilla, limo e sabbia richiedeva l'aggiunta di poca paglia. Il suo utilizzo permetteva la produzione di mattoni compatti e dalle elevate caratteristiche tecniche. L'ultimo tipo, ma se ne potrebbero elencare tantissimi altri, è caratterizzato dalla presenza, oltre all'argilla, di una elevata quantità di sabbia fine e sabbia grossa. I mattoni prodotti con questa terra risultavano molto resistenti alle intemperie, basti sapere che gli edifici potevano essere rivestiti da calce o fango solo dopo un anno.

Gli attrezzi utilizzati per la produzione dei Làdiri erano praticamente sempre uguali a prescindere dall'area del campidano dove venivano prodotti. Per lavorare l'impasto veniva utilizzata la ciappa , altro non era che una zappa. La pabia o pala che veniva utilizzata per versare l'impasto nello stampo che a seconda della dimensione veniva denominato o scivu. Per i mattoni di dimensione trapezoidali di piccole dimensioni, e il sestu che altro non era che uno stampo di forma rettangolare senza fondo e con due maniglie posta ai lati corti, le porporzioni dello stampo erano 1-2-4 e la dimensione più comune era h=10cm larg.= 20 cm lungh.=40 cm. Inoltre veniva utilizzata la pudazza dotato d'impugnatura in legno della lunghezza di circa 10 cm e una lama a uncino di circa 15 cm. Quest' ultimo era un attrezzo di derivazione agricola per la potatura della vite nella produzione del Ladiri veniva utilizzato per rimuover dalla stampo i residui di terra e per alcune rifiniture sul mattone.

Il processo di manifattura del mattone aveva inizio con la cavatura della terra, a seconda le tipo di terra all'imposto veniva aggiunta la paglia, in taluni casi venivano aggiunti sterco di bue o addirittura sangue di bue, la loro aggiunta in realtà non influiva sulla reale qualità del prodotto finito ma ne aumentava in piccola percentuale la lavorabilità e la possibilità, nel processo di asciugatura, di ridurre la formazione di crepe, in questa fase veniva utilizzata la ciappa. Dopo aver adeguatamente compattato il mattone, attraverso le due maniglie, il sestu, veniva rimosso e ripulito con la pudazza per il successivo riutilizzo. Questo procedimento veniva ripetuto fino a esaurimento dell'impasto.

Il tempo necessario per una corretta asciugatura era mediamente di cinque giorni. Nei primi tre veniva fatto essiccare lasciandoli posati sul lato maggiore per poi essere girati. Formati ed asciugati venivano ripuliti dalle imperfezioni con la pudazza pronti per esser venduti o accatastati per un successivo utilizzo.
Questa tecnica è andata via via scomparendo prima dai centri maggiori per poi passare in disuso,nel periodo post bellico della ricostruzione, anche dai centri minori. Oggi rivalutata sia come valore storico che ambientale è stata interessata da diverse campagne volte alla tutela, recupero e valorizzazione. Ancor oggi molti di questi edifici risultano perfettamente integri e utilizzati come residenze ed è di estrema importanza far si che continuino mantenendo viva la tecnica costruttiva e il rapporto t i materiali.

 

 

Foto di Cristiano Cani

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