RICORDANDO PINUCCIO SCIOLA: Intervista a Pamela Ladogana

RICORDANDO PINUCCIO SCIOLA: Intervista a Pamela Ladogana

2 Luglio 2019 Off Di Luca Biggio

 

In foto la docente Prof.ssa Ladogana

Pamela Ladogana, docente di Storia dell’arte contemporanea all’Università di Cagliari, ci ha aiutato a far emergere alcuni elementi utili ad approfondire lo studio del percorso artistico e culturale del maestro di San Sperate.

Cosa ha rappresentato, a suo avviso, l’arte e l’operato di Pinuccio Sciola?

A tre anni dalla sua scomparsa, l’immortale contributo artistico ed umano del compianto Pinuccio si rivela esser senza tempo. Dopo aver trasformato il suo paese natale, San Sperate – in provincia di Cagliari – in un autentico “paese-museo” grazie all’esperienza sociale dei murales, ancora oggi prosegue incessante il lavoro della Fondazione Sciola la quale porta avanti una ricerca artistica e culturale in continua evoluzione, costellata di successi, nuovi traguardi e sfide ambiziose.

Quanta” Sardegna è possibile rintracciare nel maestro di San Sperate?

Pinuccio Sciola non è stato solo ‘un’artista sardo’ di fama internazionale. L’uso di materiali autoctoni quali calcari, basalti, legni d’olivo e simili riconoscono in lui una maggiore consapevolezza sulle questioni che riguardano l’aspetto identitario. È rimasta famosa la sua espressione «il mare di Sardegna nel calcare di Sardegna». Questo fa si che Pinuccio sia “il nostro Sciola”, quello di tutti i sardi in ogni parte del mondo.

Approfondiamo questo punto sull’aspetto identitario. Esistono manifestazioni artistiche paragonabili e rintracciabili nel mondo simili a quelle di Sciola?

Si, sono diversi gli artisti nel mondo. L’elemento identitario sta alla formule usate nella realtà artistica che rimandano alla storia della tradizione come le pietre scolpite in forma di menhir megalitiche e nell’utilizzo di basalti e calcare così come stanno alle sfumature e ai colori tipici di Sardegna. Sciola aveva molto a cuore la ricerca diretta e in loco della materia prima e spesso attraversava le campagne del suo paese così che potesse scegliere lui quelli più adatti. C’è l’esigenza della smaterializzazione dell’arte, della commistione tra diverse funzioni che l’opera può assumere.

Un esempio è quello dell’inglese Henry Moore, anch’egli ‘scultore dei materiali’, il quale visse la sua infanzia tra i minatori imparando a guardare e conoscere il carbone, le rocce e le pietre grezze o levigate dall’acqua delle coste inglesi. Vi è una specie di volontà di riappropriazione della dimensione narrativa autoctona; bisogna anche dire però che prima delle pietre sonore, Pinuccio Sciola è tutto un altro mondo: gli esempi sono quelli delle sculture lignee e del paese museo.

L’esperienza del paese museo cosa ha rappresentato per Sciola e per la comunità del suo paese, San Sperate?

Quella di “paese museo” è un’operazione che avrà dell’eccezionale nella storia dell’arte contemporanea in Sardegna. Il 1968 rappresenta una data simbolo: la trasformazione di San Sperate è profondamente legata sia alla storia personale di Sciola così come alla storia collettiva, quella della sua comunità. Al tempo 26enne, Sciola alternava periodi di permanenza nel suo paese a viaggi di studio attraverso l’Europa per frequentare importanti accademie d’arte. Ad ogni rientro in Sardegna il gap culturale cresceva sempre più. Per sanare questa frattura, dette luogo ad un’azione di coinvolgimento di tanti giovani sansperatini e, nel giugno dello stesso anno, trasformarono un paese di terra in un paese dai muri bianchi, muri che si apprestavano a divenire un nuovo ambito progettuale, fuori dalle classiche dimensioni atte alla contemplazione artistica (mostre, luoghi chiusi, ecc.). Tutti sono chiamati a riappropiarsi del proprio spazio pubblico e privato. Il muro, da elemento di separazione, si trasforma in elemento di unione, un supporto alla partecipazione sociale di una comunità capace di ricostruire la propria identità e di aprirsi a realtà culturali esterne.

Poco tempo fa, nel marzo 2019, è stato collocato nella Basilica di San Saturnino a Cagliari, un crocifisso ligneo acquisito dal Polo Museale della Sardegna poco prima della morte dell’artista. Quale rapporto esiste, secondo lei, nella contemplazione del metafisico da parte di Pinuccio Sciola?

Sciola non è mai stato un miscredente o simili… Chi lo conosceva bene, ne ha sempre detto che aveva un modo tutto suo di vivere ed interpretare la religione. Non è l’uomo moderno sofferente del corpo di Cristo, ma è il riferimento alla religiosità stessa. Nel suo corpo immerso in un pieno patimento, il Cristo ligneo porta con sé la tradizione dell’iconografia medievale diffusa in Sardegna.

Quel crocifisso a braccia snodabili suggerisce la sua intenzione di utilizzarlo per i riti della Pasqua e della Settimana Santa come, ad esempio, su (i)scravamentu. Si tratta di un tipo di produzione che Sciola comincia con i cadaveri lignei, esposti anche alla Biennale di Venezia del 1976. Il crocifisso in San Saturnino lo fece per una compagnia teatrale, la Cooperativa Teatro Fueddu & Gestu che, nel 1997, mise in scena un classico della letteratura teatrale della Sardegna, “La Comedia del desenclavamiento de la Cruz de Nuestro Senor Jesu Cristo” di Antonio Maria da Esterzili (XVII secolo) per la direzione di Giampietro Orrù. La dimensione del sacro è di certo legata alle tradizioni ed usanze di San Sperate e non tanto all’attenta ritualità cattolica. Anche in questo, si può davvero percepire tantissima Sardegna: nel folklore, nella tradizione, nei costumi, nei riti, nel sentimento religioso cristiano.

Pinuccio Sciola è famoso, specie nella memoria collettiva, per esser stato “l’uomo che fece cantar le pietre”. Quanto ancora però va indagata l’arte di Sciola?

Le sue ricerche sulle pietre e la loro natura intrinseca, e le tecniche di incisione sperimentate lo portano verso una musicalità della roccia. Le pietre sonore furono presentate nel 1996 a Berchidda e poi esposte nel 1998 alla Biennale europea di Cottbus in Germania, nel 2000 all’Expo Internazionale di Hannover e a L’Avana. Nel 2003, a seguito della sua collaborazione con l’architetto Renzo Piano, una sua gigantesca Pietra Sonora viene scelta per la Città della Musica a Roma; altre sue opere vengono esposte nella Piazza della Basilica inferiore di San Francesco ad Assisi e nell’Arsenale di Venezia. E poi ancora Parigi, l’aeroporto di Fiumicino, la Villa Reale di Monza… Le sculture di Pinuccio Sciola vengono esposte in tutto il mondo. Essendo veri e propri strumenti musicali, esse sono spesso state fonte di ispirazione per artisti, musicisti e compositori. Paradossalmente sembra forse esservi più un’esaltazione della persona e della figura stessa del maestro che non di studi scientifici d’approfondimento. C’è una parte dell’immensa opera di Pinuccio Sciola ancora non abbastanza indagata di cui il mondo dell’università e della ricerca deve occuparsi.

 

Riproduzione Riservata su Approvazione della Fondazione Sciola

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