FRA TRADIZIONE E INNOVAZIONE: LINGUAGGI E CULTURE NELLA REALTÀ SOCIALE SARDA

FRA TRADIZIONE E INNOVAZIONE: LINGUAGGI E CULTURE NELLA REALTÀ SOCIALE SARDA

29 Agosto 2019 Off Di Luca Biggio

Conferenze, seminari, festival, esibizioni etnomusicali, attività laboratoriali nelle scuole di ogni ordine e grado, workshop, co-working e training, insegnamenti e didattica universitaria, percorsi ideali di conoscenza e valorizzazione del patrimonio culturale, letterario e linguistico sardo. Queste sono solo alcune delle azioni di promozione che in tutta l’isola vengono svolte per restituire alla cultura sarda una particolare immagine e importanza nella società contemporanea.

Il tema dell’identità, intesa come veicolo di trasmissione e strumento di comunicazione dal grande valore pedagogico. La cultura sarda risente, ancora oggi, di stereotipi i quali non le consentirebbero di emanciparsi dall’errata convinzione che le vede attribuire un minor prestigio rispetto alla cultura italiana, specialmente fra le nuove generazioni nate dopo la Seconda Guerra Mondiale. Sicuramente d’esempio è stato (e dovrebbe essere per tutti) il percorso di vita del compianto Michelangelo Pira (1928 – 1980), giornalista, antropologo e scrittore sardo. Le sue riflessioni sulla lingua e tradizione sarda, i mutamenti che la modernizzazione economico-sociale le avrebbe imposto in contrapposizione, per esempio, ai poeti estemporanei tradizionali, furono spesso oggetto della sua critica giovanile. Scriverà il Pira nei “Sos Sinnos” (1983):

«Ci sono cose che per capirle serve tempo ed esperienza; e cose che quando uno ha esperienza non le capisce più. Cose che per fortuna si dimenticano e cose che per fortuna si ricordano; e cose che si credono dimenticate e che invece un giorno all’improvviso ritornano alla mente».

Di certo, importanti azioni di tipo didattico e culturale sono state portate avanti dalle università isolane in questi anni. A Cagliari, già da 2 anni, la lingua sarda è insegnata nel Dipartimento di Lettere, Lingue e Beni Culturali, sotto l’occhio vigile di Maurizio Virdis, professore ordinario di Filologia Romanza e Lingua Sarda dell’Università capoluogo. Nello studio della lingua e della letteratura di Sardegna – nei primi anni dell’Autonomia – spesso si è teso ad utilizzare la categoria del “ritardo”: la poesia sarda doveva necessariamente rimuoversi la patina del vecchio, dell’antico, dell’arcaico, o smettendo di usare la lingua autoctona o, in alternativa, adottare le forme di altri poeti, esterni alla realtà isolana. Un esempio lo si ritrova nella gara poetica la quale, già dagli anni 50 del secolo scorso, fu stigmatizzata in quanto non lirica, invocante un determinato pubblico e, in questo senso, ‘politica’.

L’Ateneo cagliaritano, con grande risolutezza del suo corpo docente e studente, ha voluto incentivare gli insegnamenti utili alla trasmissione delle conoscenze di rilevanti opere della letteratura, lingua, cultura, storia e tradizione sarda, perfettamente inglobata, da sempre, nella realtà europea che tanto oggi ci sta a cuore, sì come dimostrato, per esempio, dai contatti ispano-sardi nelle epoche precedenti. L’obiettivo è sempre quello di far acquisire agli studenti una solida base di conoscenze storico-letterarie e critico-teoriche dei processi e dei meccanismi di produzione, trasmissione e ricezione delle fonti e dei testi, facendo in modo che questo ‘tesoro culturale’ non venga dimenticato ma, anzi, sia sempre valorizzato dalla continua ricerca e studio, verso l’importanza ed il piacere della scoperta.

Com’è ovvio, non ci si può esimere dai vari richiami alla questione storica, identitaria e linguistica viste in senso più strettamente politico e sociologico contemporaneo. In uno stato, in una nazione, in una organizzazione, esiste sempre un processo dove qualcuno va a perdere e qualcun altro a normalizzare, standardizzare, globalizzare. La chiave dell’oggi è proprio questa. Se non riusciamo ad avere coscienza di noi, non solo di chi noi siamo e in quale tempo viviamo, a quali fatti stiamo assistendo, subendo acriticamente i fatti, non riusciremo mai a leggere il nostro passato e presente e ben difficilmente potremo determinare il nostro futuro.

È il metodo – cosa che le Università sarde stanno cercando di delineare da tempo – a darci risposte più vicine alla realtà, guidandoci verso una lettura diversa rispetto a quella dei rabdomanti e speculatori. In una recente ricerca della fondazione Banco Di Sardegna v’è stato l’obiettivo di descrivere la percezione della realtà nella quale i sardi sono incardinati, in controtendenza rispetto al reset che raccontiamo dal punto di vista culturale e identitario. Il dato fornito dallo studio ci racconta una situazione abbastanza chiara: il 51% dei sardi dice di sentirsi prima sardo che italiano.

Vari dunque i quesiti: siamo ancora incapaci di leggere la situazione dell’isola ed il cortocircuito che è in corso? Ancora oggi c’è una Sardegna che non raccontiamo, che non leggiamo, perché siamo tutti presi da realtà imposte da altre vicissitudini. L’identità, se si vuole riscoprire, deve essere continuamente viva nel quotidiano; la cultura della coscienza di sé – sapere chi sono – mi serve per comprendere al meglio l’identità personale in questo mondo. Quando siamo troppo uguali e tutti uguali siamo più poveri: ci manca sapere chi siamo, sapere dove stiamo vivendo, quello che prima di noi è stato fatto e che dovremo salvaguardare. Non siamo dunque più poveri ma più ricchi, sappiamo fare qualcosa in più, sappiamo venderci di più, sappiamo effettivamente creare la Sardegna che vorremmo lasciare ai posteri.

Grandi affinità possono essere intraviste fra queste riflessioni e alcuni recenti studi sulla Sardegna, come quelli della fondazione Banco di Sardegna. L’italianizzazione, in tale contesto, è avvertita come un’esigenza per sfuggire all’emarginazione e all’isolamento, come avrebbe a dire il Terracini, tramite l’adozione di un’identità socialmente riconosciuta. Quest’ultima si è costruita spesso sulla base della società agropastorale tradizionale entro comunità di villaggio ‘arcaiche’ e famiglie nucleari-nomadi. Inoltre, il pastore errante fu il bersaglio di coloro che – dal XVIII secolo – intendevano riformare l’agricoltura sarda, abolendo i pascoli comuni in favore di proprietà fondiarie private, chiuse e dunque incentivanti la produzione razionale. Ciò ebbe un chiaro risvolto razziale con l’antropologia positiva dell’ultimo quarto del XIX secolo che spiegò il banditismo sardo con la presunta inferiorità razziale dei sardi delle zone interne, descritti come dei selvaggi, primitivi, incapaci di un’evoluzione morale.

Identificazione, diversità, divisione: la radice del pregiudizio è l’opposizione io/altri, che implica la rimozione della conoscenza e del riconoscimento degli interessi degli altri. Ne risulta una conoscenza alterata di me e dell’alterità, essendo quest’ultima influenzata dai rapporti di identificazione ed appartenenza che si verificano all’interno della comunità residenziale, della famiglia, dei gruppi di sostegno culturale e religioso, ecc. Attraverso questi organismi, i membri organizzano le risposte ai loro bisogni e alle loro aspirazioni. All’interno di ogni gruppo esistono divisioni che producono ulteriori sensi di appartenenza.

Le cause del sottosviluppo sardo non sono da ricercare nel mondo della cultura ma, sempre più, nelle realtà socio-istituzionali e politiche costruite storicamente sul lungo periodo di “colonialismo” della Sardegna. L’identità non è un monolite e quella sarda può cambiare in positivo, nella misura in cui i sardi – attraverso una lotta politica di emancipazione – muteranno il modo in cui concepiscono la propria comunità. In questo senso, il discorso sulla lingua è centrale nella nostra identità e non può essere affrontata in maniera ideologica ma concreta, proponendo concrete soluzioni a riguardo. Il sardo va affrontato fisiologicamente e dunque in modo naturale: questa è la lingua della trasmissione della cultura. Diverse difatti le questioni insolute ed affrontate: qual è oggi lo stato di diffusione e trasmissione della lingua? In che modo possono essere identificate le differenze tra lingua e dialetto? Quali sono le varietà del sardo e per cosa si caratterizzano? Quale sardo vogliamo? Quale per la forma scritta e quale per la forma orale? Quale insegnare a scuola e in che maniera o modalità?

Un primo percorso didattico va sicuramente tracciato all’interno dell’istituzione scolastica in tutti i suoi livelli ed, in primis, tramite il contributo degli strumenti della pedagogia più classica (musica, canti, testi e motivi della tradizione folklorica isolana trasmessi oralmente), che tendono alla ricerca di modalità e tecniche d’insegnamento innovative utili al riconoscimento del valore identitario sardo.

La salvaguardia delle minoranze, ha permesso – e permette ancor oggi – di poter far approcciare le nuove generazioni alla lingua sarda, trasmettendo, a loro volta, quel cosiddetto “mondo metaforico” che riguarda tutti i nativi sardi, di modo da poter estendere il ‘prestigio’ culturale della propria terra ai progetti comunitari dell’Unione Europea.

Perché quindi studiare ed apprendere il lingua sarda, la sua letteratura, la sua cultura e società? È una domanda semplice e difficile allo stesso tempo. Perché è la lingua nostra, perché porta una sua cultura, perché è l’identità di ciò che siamo e contiene in sé un tesoro e una visione del mondo che altrimenti andrebbe persa.

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