Wort oder Ton? – Parola o tono?

Wort oder Ton? – Parola o tono?

28 Agosto 2019 Off Di Nicola Pinna

Capita sovente a tutti, mentre ci si accinge a reperir informazioni per sviluppare un progetto solo abbozzato, di imbattersi in una idea nuova, precisa ma dai contorni ancora vaghi. Un’idea capace tuttavia di sostituirsi alla precedente, perché più persuasiva e pregnante.
Così è successo a chi scrive, durante una rilettura di un bel volume scritto da Vittorio Coletti, Da Monteverdi a Puccini. Introduzione all’ opera italiana, e pubblicato da Einaudi per la prima volta nel 2003. Il testo si rivolge esplicitamente a “principianti e dilettanti” ed è scritto magnificamente; ogni capitolo riluce per la limpidezza dell’esposizione e per una scrittura piana e scorrevole. Ma è un lavoro ricco di informazioni precise e con rimandi bibliografici chiari. Presenta tesi accattivanti e stimola chi lo legge a documentarsi autonomamente, risultando così utile anche a chi compie più frequenti incursioni nel mondo dell’opera. A pagina 8 (citiamo dall’ edizione riveduta e ampliata del 2017) Coletti affronta lo spinoso problema dello statuto artistico dell’opera italiana: «Posto che l’opera si dà solo in quanto rappresentata (messa in scena), le sue componenti essenziali sono sostanzialmente riducibili alla coppia di base di musica e linguaggio verbale». E cita la tarda riflessione metateatrale di Strauss, il celebre Capriccio. Ein Konversationstück für Musik in einem Aufzug, che riprende a sua volta l’ormai meno noto divertimento settecentesco Prima la musica e poi le parole di Casti e Salieri (benché fosse in scena presso il Teatro alla Scala di Milano lo scorso luglio, dal 6 al 19!).
Proprio su Capriccio (andata in scena a Monaco il 18 ottobre 1942) intendiamo soffermarci. L’opera di Strauss, ambientata in un castello presso Parigi, intorno al 1775 circa, si presenta come uno «spumeggiante dialogo estetico-filosofico» (Guanti) sui problemi del teatro musicale e si riallaccia al fortunato filone settecentesco dell’opera metateatrale: la Contessa Madeleine, padrona di casa, il musicista Flamand e il poeta Olivier, l’impresario teatrale La Roche discettano amabilmente di Gluck, di Lully e di Rameau, di Goldoni e Piccinni, di Diderot (per citare solo alcuni nomi), del bel canto italiano, di musica e danza, di messinscena, e, soprattutto, della superiorità o meno della musica rispetto alla poesia. Perché, mentre le parole prima e dopo nel titolo dell’opera di Casti e Salieri si riferiscono all’ ordine cronologico del processo creativo, per Richard Strauss dovettero senz’ altro implicare un primato dell’una sull’ altra. Capriccio, che già tra le prime battute vede apparire l’emblematica domanda “Wort oder Ton?”, «si concluderà con il riconoscimento del carattere aporetico, e quindi oggettivamente e intrinsecamente contraddittorio, del dilemma: Wort oder Ton? Prima la musica, dopo le parole, o viceversa?» (Guanti). Eppure Strauss sembra sottilmente suggerirci che, proprio dimostrando l’insolubilità del dilemma, sia possibile pervenire a una lucida risposta teoretica: la Contessa Madeleine, alla fine della pièce, completamente sola dinanzi allo specchio, sceglierà di non scegliere. «La risposta di Strauss è infatti del tutto diversa ed autonoma rispetto a quella possibile nel Settecento di Casti e Salieri, non limitata all’ idea della competizione fra suono e parola, ma interamente giocata in funzione di un terzo elemento: l’esigenza del bello, che si attua nell’ aspirazione a un’assolutezza iperuranica simboleggiata dalla sublime Contessa Madeleine, la quale in definitiva non può e non riesce a concepire né ad accettare l’antitesi tra poesia e musica» (Ruffin), sancendone pertanto l’inscindibilità: Wort und Ton. Ecco che il Konversationstück si configura come vertiginosa cattedrale di teoresi musicale, in cui si addensa il precipitato del lungo percorso di ricerca straussiano sull’essenza del teatro, sostenuto da un fitto e preziosissimo gioco di echi e di rimandi del passato prossimo o remoto, vero «reticolo di citazioni e autocitazioni musicali e letterarie» (Guanti). È autobiografia individuale, è testamento, cui si annette l’iridescente coagulo della cultura musicale occidentale. E il compositore si sente erede e depositario ultimo di questa immensa tradizione dinanzi all’ orrore della guerra imminente. Non si può infine tacere della squisita tessitura musicale che sorregge Capriccio, organizzata in forme via via neoclassiche, barocche, romantiche e decadenti. Venature di lontananza e di malinconia ne costituiscono il carattere dominante e investono l’intera partitura, prodotto di sublime e artigianale oreficeria musicale. Richiamiamo due momenti di suprema bellezza: il preludio con cui si apre l’opera, delicatissimo sestetto d’archi che evoca una languida atmosfera crepuscolare e l’interludio sinfonico che precede l’ultima scena, la famosa Mondscheinmusik, con l’avvolgente e poetico tema del corno.

 

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