The fine noise of an orchestra

The fine noise of an orchestra

31 Agosto 2019 Off Di Nicola Pinna

Ogniqualvolta sopraggiunge Settembre, si ridesta in me quel giovanile fermento per l’inizio di un nuovo anno: il mio calendario interiore è rimasto il medesimo di quand’ero uno studente. Il suo inizio coincide ancora oggi con l’avvio di un nuovo ciclo scolastico, la sua fine è legata indissolubilmente al periodo estivo, quasi una sosta forzata, un invito perentorio a prendere una pausa dai manuali per riposare e recuperare energie da spendere sui banchi di scuola. Così per questo nostro appuntamento ho deciso di mettere da parte l’opera lirica e di imbandire dantescamente un piccol convivio, offrendovi come vivanda una composizione orchestrale dal catalogo della produzione di Benjamin Britten: The Young Person’s Guide to the Orchestra – Variations and Fugue on a Theme of Henry Purcell, op. 34. I musicofili la rammenteranno senz’altro, continuando a godere del suo fascino. Ma l’atmosfera settembrina mi ha portato a pansare soprattutto agli ascoltatori con minor esperienza, i quali invece hanno da conoscere questo gioiellino novecentesco e farne tesoro, apprendendo quanto possa essere ricco, stratificato, complesso il suono di una intera orchestra musicale.
Ho scelto The Young Person’s Guide to the Orchestra perché si tratta di una composizione che fin dal titolo rende esplicita la sua natura: si tratta di una guida all’ascolto. E perciò mette immediatamente al centro l’elemento fondamentale per comprendere a fondo la musica britteniana: il valore didattico, didascalico del comporre musica (intento che risulta centrale soprattutto nella produzione operistica del compositore britannico). L’opera fu composta nel 1946 come commento musicale per il film a scopo pedagogico The Intruments of the Orchestra, proprio per mettere in evidenza le varie parti dell’orchestra, sottolineando le peculiarità (timbro, colore, agilità) delle diverse famiglie strumentali. L’autore del documentario era il regista e librettista Eric Crozier, intimo amico di Britten, che in quegli anni gli avrebbe fornito i libretti di molte importanti composizioni (le opere Albert Herring, The little Sweep, e la celebre Billy Budd; la cantata Saint Nicolas). «La scelta di ricorrere a un tema di Henry Purcell […] non è stata certo casuale e può essere spiegata sia con l’amore incondizionato per la sua musica coltivato da Britten fin dall’infanzia, sia con il fatto che il 1945 appena conclusosi aveva segnato il 250° anniversario della morte del massimo compositore inglese. Il tema scelto […] è una hornpipe en rondeau tratta dalle musiche di scena composte da Purcell nel 1695 per la fosca tragedia di Aphra Behn Abdelazer, or the Moor’s Revenge.
Concepito nella forma di tema con variazioni con fuga conclusiva, il brano assolve alla sua funzione di far conoscere l’orchestra e i suoi strumenti fin dall’esposizione del tema, che risulta strutturata in sei brevi sottosezioni: il tema viene prima presentato solennemente in re minore da tutta l’orchestra (Allegro maestoso e largamente), poi ripreso rapidamente per quattro volte dalle varie famiglie dell’orchestra (dai legni, in fa maggiore; dagli ottoni, in mi bemolle maggiore; dagli archi insieme all’arpa, in sol minore; dalle percussioni, in la maggiore) e infine ripetuto ancora una volta da tutta l’orchestra nell’originario re minore» (A. Quattrocchi). Dopo l’esposizione del tema e dopo la presentazione delle famiglie dell’orchestra, il compositore pone in evidenza i singoli strumenti, per mezzo di tredici brevi variazioni, alle quali farà seguito la Fuga finale (Allegro molto). A mano a mano, introdotti da ottavino e flauti, entrano tutti gli strumenti, secondo il medesimo ordine di entrata delle precedenti variazioni, in un crescendo di intensità che culminerà nella trionfale riproposizione del tema di Purcell, affidata agli ottoni. Il brano si conclude in una atmosfera di sfavillante maestosità sonora, suscitando un’emozione travolgente nell’ascoltatore, che non potrà non riconoscere quanto ogni singolo e anche minimo dettaglio sia indispensabile per una piena e perfetta armonia.
Mi piace ora chiudere con un brano del discorso di accettazione per il premio Aspen, assegnatogli nel 1964, in cui Britten riassume magistralmente le ragioni della propria vocazione musicale, del proprio umanesimo integrale, che io condivido sentitamente: «Autori come Johann Strauss e George Gershwin vogliono fornire alla gente – al popolo – le canzonette migliori e ballabili che sanno creare. Non riesco proprio a trovare niente di sbagliato nell’obiettivo, dichiarato o implicito, di questi autori. Lo stesso vale per me quando offro in modo diretto e intenzionale ai miei simili musica che possa commuoverli o divertirli, o perfino educarli [corsivo mio]. Al contrario è un dovere del compositore, come membro della società, di parlare a – e per i propri simili».

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