Gérard Korsten 7 e 8 Giugno al Teatro Lirico di Cagliari

Gérard Korsten 7 e 8 Giugno al Teatro Lirico di Cagliari

7 Giugno 2019 Off Di Nicola Pinna

Penultimo appuntamento del calendario concertistico prima della pausa estiva, le serate del 07 e dell’08 di Giugno ci propongono la prima assoluta Edipo ha lasciato Tebe, di Gabriele Cosmi, giovanissimo compositore sardo di cui attendiamo con trepidazione questa nuova commissione del nostro Teatro. In programma anche l’Italiana di Mendelssohn, la Quinta di Sibelius e il Salmo 149 di Dvořák.

Sibelius iniziò a comporre la Quinta Sinfonia, in mi bemolle maggiore, poco dopo l’inizio della Guerra, nel 1914. L’opera, la più famosa ed eseguita, insieme alla Seconda, gli era stata commissionata dal governo finlandese che intendeva celebrare con un concerto solenne il cinquantesimo compleanno del compositore. Quel giorno fu lo stesso Sibelius a dirigere la sua nuova Sinfonia, sul podio dell’Orchestra Filarmonica di Helsinki, e con grande successo. Ma il compositore non era contento del suo lavoro, e sottopose la partitura a due revisioni (la prima nel 1916, poi ancora nel 1919), riducendo i quattro movimenti originali a tre: Sibelius manipolò letteralmente la forma-sonata iniziale, ricavandone una struttura assai complessa, che è stata oggetto di numerose analisi e di differenti interpretazioni, una struttura quasi circolare, con una doppia esposizione, e basata su una progressiva accelerazione che parte da un Tempo moderato e finisce con un Presto. La Sinfonia dei Cigni (detta così perché il compositore raccontò di aver tratto ispirazione dal volo di uno stormo di cigni per una parte del finale divenuta celeberrima) è forse l’unica sua partitura che alternando motivi del patrimonio musicale finnico alle formidabili evocazioni dello sterminato paesaggio scandinavo, sembra illuminata da un solare e solenne ottimismo, restando tuttavia sospesa tra tensione innovatrice (per il tentativo di rinnovamento e ridefinizione della forma sinfonica) e un materiale tematico antimodernistico che alla fine risulta nettamente predominante.

«La più celebre sinfonia di Mendelssohn è un omaggio all’Italia, alla forma classica, e indirettamente alla grande arte di J.S. Bach. Vi si cercherebbero però invano temi popolari di chiara individuazione, come sarà in altri illustri affreschi sonori, da Caikovskij a Dvorak: il carattere ‘italiano’ della composizione andrà rintracciato piuttosto nella sua spumeggiante freschezza, nella cantabilità davvero mediterranea di molti temi, nella luminosità della magistrale strumentazione, che privilegia spesso i colori solistici sugli impasti, e fa un uso parsimonioso degli ottoni. La cornice formale è quella classica, in quattro movimenti con ordinati ritornelli e riprese, che nella snellezza delle proporzioni sembrano guardare soprattutto ai modelli haydniani e mozartiani, anche se è avvertibile qua e là (ampliamento degli sviluppi, ripresa variata), l’influsso della grande lezione beethoveniana. Ma in molti punti traspare anche il grande amore che Mendelssohn nutriva per Bach: emblematico è in tal senso l’Andante con moto, dove i contrappunti dei flauti al tema principale e soprattutto il movimento dei bassi sembrano realmente rievocare lo spirito barocco» (M. Giani). Non occorre aggiungere nulla alle parole di Giani che così mirabilmente delineano un veloce ma denso ritratto di questa opera, abbozzata già nel 1829, rimasta in gestazione negli anni successivi (quelli del viaggio in Italia, che tanto contribuirono alla sua maturazione e composizione) ed ultimata nel 1833. Impossibile mancare perciò all’esecuzione di questa sinfonia, che non teme il confronto «con le più riuscite e famose opere letterarie e pittoriche che il nostro paese ha ricevuto in dedica nel corso dei secoli» (M. Giani).

Chiuderà il concerto il Salmo 149, breve cantata per coro e orchestra di Dvořák, tratta dal biblico Libro dei Salmi. Nello spirito e nel materiale musicale del compositore il testo “Cantate al Signore un canto nuovo”, un inno di preghiera al Signore, viene interpretato come atteggiamento profondo dell’animo, espressione di un canto nuovo interiore, vibrazione intima di vita, di gioia e di esultanza. Tutto questo non come recitazione drammatica sia pure a livello di azione liturgica, ma nella grandiosa visione escatologica dell’incontro finale con Dio, creatore e re. In questo contesto il quadro apocalittico della “vendetta tra i popoli… per eseguire il giudizio già scritto” non ha nulla in comune con le invettive imprecatorie dei Salmi di lamentazione, bensì assume la forza profetica del trionfo finale del Re vittorioso, della definitiva sconfitta del “male”, chiamato anch’esso, così, in causa, a proclamare a suo modo le lodi del Signore.

di Nicola Pinna

Ph. di Marco Borggreve

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