Dal barbaro leale al re sopraffatto dalla brama di potere

Dal barbaro leale al re sopraffatto dalla brama di potere

28 Ottobre 2019 Off Di Nicola Pinna

Dal 31 ottobre la Stagione di lirica e balletto proseguirà sotto il segno del Cigno di Busseto: in scena alle 20:30 la prima di Macbeth. Dopo aver goduto di un Attila palpitante ci attende la fosca tragedia del re di Scozia accecato e sconvolto nella mente dalla sete di potere. Verdi compose l’opera tra il 1846 e il 1847, subito dopo aver terminato Attila. Il dramma shakespeariano andò in scena per la prima volta a Firenze, al Teatro della Pergola, il 14 Marzo 1847, suscitando calorosi consensi (ma la critica condannò il libretto). L’autore ne approntò anche una seconda versione (nel 1865), presentata a Parigi, apportando alcune modifiche sia al libretto (tradotto in francese per l’occasione) sia alla musica. Questa seconda versione, l’ultima secondo la precisa volontà autoriale, è quella di riferimento. Macbeth è il decimo titolo del catalogo delle opere verdiane, la prima tra esse ad essere ispirata a un dramma di Shakespeare.

Profondamente colpito dal soggetto fantastico, tanto da definirlo «una delle più grandi creazioni umane», il compositore curò con grande attenzione e scrupolo tutte le fasi di gestazione dell’opera, dal taglio delle scene al libretto, dalla preparazione degli attori-cantanti alla realizzazione degli effetti scenici, documentandosi perfino sulla storia scozzese e sulla tradizione rappresentativa inglese. In quattro atti, preceduti da un sinistro Preludio, e con un libretto ispirato alla massima concisione e concentrazione espressiva («brevità, e fuoco» raccomandava a Piave), la trama viene ridotta all’essenziale, «imbrigliando la drammaturgia in una meravigliosa coerenza di motivi: il tema della notte che nasconde il tradimento e il delitto; i richiami sonori delle ‘voci’, reali o immaginarie come rintocchi di campane e rulli di tamburi, colpi battuti alla porta, versi di uccelli notturni, miagolii, ululati, guaiti, suoni di cornamuse, grida di folla, gemiti che attraversano un ambiente e una vicenda impregnati di stregoneria, di delitto e di morte» (Paolo Gallarati).

All’interno della sua produzione giovanile, Macbeth segna un poderoso tentativo di fuga in avanti: oltre alla scelta - audace - di portare in scena Shakespeare (all’epoca pochissimi conoscevano e apprezzavano il teatro del drammaturgo inglese), l’autore operò infatti un netto rinnovamento della tradizione italiana. «Pur restando fedele alle strutture tradizionali del melodramma post-rossiniano, Verdi adottò un linguaggio musicale innovativo: [...] si allontanò dall’ideale donizettiano e belliniano di “bel canto” [...] per aderire risolutamente alla poetica del vero» (Fabrizio Della Seta). In questo indiscutibile capolavoro, accanto alla ricerca di nuove forme espressive, accanto all’affinamento della sua naturale sensibilità teatrale, brilla l’esplorazione del tormento penoso di una personalità positiva («Alla corona che m’offre il fato/ la man rapace non alzerò», Atto I, scena III) che progressivamente cede alla seduzione diabolica della brama di potere, fino a soccombere in nome di una ambizione che diviene ossessione, accecamento, follia.

Alla fine risulta quasi difficile non provare pietà per il protagonista, vittima di sé stesso e del rimorso per le nefandezze di cui si è macchiato. Innalzando la tensione drammatica ai massimi livelli, Verdi e Piave ci trascinano di peso dentro l’autentico documento del declino di una povera anima, con esplicito intento pedagogico. Ecco perché ancora oggi Macbeth coinvolge, inquieta, impietosisce: perché quella lusinga sulfurea, quel rovello angoscioso possono attecchire nell’animo di ognuno di noi.

 

 

Ph. Priamo Tolu

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