La modernità del Don Giovanni

La modernità del Don Giovanni

28 Giugno 2019 Off Di Nicola Pinna

Cari lettori, care lettrici, siamo ormai arrivati all’ultimo appuntamento della Stagione teatrale prima della immancabile pausa estiva. Ci siamo lasciati alle spalle il mirabilante balletto de Le Corsaire, che, con le sua trama avvicente, con le sue scene eleganti e colorate, ma soprattutto con la straordinaria pulizia di linee e grazia dei ballerini del Teatro alla Scala, ha colmato di appagato stupore i nostri occhi. Abbiamo inoltre potuto godere di due deliziosi concerti di musica sinfonica e cameristica: il primo prevedeva un programma più ricco e vario (Cosmi, Sibelius, Mendelssohn e Dvořák), il secondo aveva una scelta più coesa, motivata dall’organico ridotto: pianoforte e violino. Semplicità di organico che sotto le mani di Ilya Gringolts e di Peter Laul si è effusa in squisita eleganza e si è dipanata lungo un percorso che dalla Sonata n. 34 in La maggiore K. 526 di Mozart è arrivata fino alla Sonata in Sol maggiore op. 6 di Kornglod, passando attraverso la Sonatina in Sol maggiore op. 100 (B. 183) di Dvořák. Concerto tutto giocato tra passaggi pieni di ritmo, incalzanti e stringenti, e ampie distese meditative (cfr. l’Andante nella Sonata mozartiana), talvolta perfino con accenti malinconici e sofferti (si pensi al Larghetto nella composizione di Dvořák).

Ma veniamo all’opera con cui prenderemo congedo dal Teatro fino al prossimo Settembre. L’ultima in cartellone, il Don Giovanni di Mozart, verrà rappresentato a partire dal 28 Giugno, alle 21. Un immancabile e attesissimo ritorno, dopo lunghissima assenza dalle nostre scene, per un’opera che chi scrive non esita a definire totale.

Pare oltremodo superfluo richiamare qui cenni e dettagli della composizione, della trama, della partitura, seppure in maniera cursoria, poiché rischieremmo di essere meramente ripetitivi e noiosi. Siamo infatti in presenza di un vertice assoluto del teatro musicale: quel che si deve chiamare capolavoro. «Opera-chiave […] non solo per il neofita della musica, ma oggetto di appassionato amore da parte di artisti e studiosi» (Lipperini). Sentiamo semmai doveroso sottolineare la portentosa attualità (basti pensare alle innumerevoli riprese, alle centinaia di rifacimenti e riscritture anche novecentesche) di quello che è diventato un mito, come Edipo, come Faust.

«Il mito si fa dunque di volta in volta portatore delle istanze del suo secolo: così nel dramma di Tirso ritroviamo i motivi dell’illusione umana, dell’incostanza, del travestimento che sono caratteristici dell’età barocca; così c’è in Molière il sentore di quel razionalismo che degenererà nel filone settecentesco del libertinismo e dell’ateismo cerebrale, mentre grazie a Don Giovanni i romantici hanno soddisfatto esigenze di libertà e di rivolta unite all’ideale di un amore salvifico, e gli autori del Novecento hanno attribuito ai loro libertini annoiati l’angoscia del nostro secolo per la scomparsa dei grandi punti fermi del passato. Mito-specchio, dunque, dove è facile riversare le istanze dell’epoca: di più, dove è possibile vedere ciò che si desidera, l’eros, l’autodistruzione, la libertà, il sogno di esistenze impossibili, il peccato, lo scontro con la stablità e con la morte» (Lipperini, corsivi nostri). E Mozart traduce musicalmente ad altissimi livelli, con una partitura miracolosa, i più svariati elementi della natura umana. A fronte di un libretto che resta purtroppo agganciato al solco della tradizione e che non ha inteso essere né innovatore né trasgressore di una forma consolidata e di gran successo nel Settecento (il sottotitolo dell’opera ci scorta sicuri e ci evita fraintendimenti: dramma giocoso, che è come dire opera buffa), il compositore ha dato corpo a una musica che in apparenza è di inaudita semplicità e che però offre una gamma espressiva incomparabile, «conciliando violenza e dolcezza, serenità e furore» (Lipperini). La risultante di questa sfasatura tra libretto e partitura è proprio la cifra specifica del Don Giovanni mozartiano: un’opera aperta, sempre suscettibile di nuove letture e interpretazioni; un’opera lacerata e contrastata, divaricata e ricca di contraccolpi, che vive proprio di questa palpitante conflittualità. Enigmatica e affascinante, modernissima, a patto di interpretarla restituendo a Don Giovanni «le parole con le quali egli si presenta per la prima volta sulla scena della cultura occidentale: “Chi sono? Un uomo senza nome”» (Curi). Guardiamolo: un uomo solo, indifeso, senza alcun possibile identificazione o caratterizzazione. Semplicemente un uomo, tutto calato nel dramma di essere sé stesso. Come tutti noi.

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