Nato per raccontare, a tu per tu con lo scrittore Alessio Marras

Nato per raccontare, a tu per tu con lo scrittore Alessio Marras

6 Ottobre 2019 Off Di Mariazzurra Lai

 

Come e quando è iniziato il tuo impulso e fermento per la scrittura? E’ stata una scelta impulsiva o ponderata?

Dirò qualcosa di trito e ritrito, ma è ciò che sento: ci sono nato. È un dono, mi dicono, e ne sento la conferma quando sollevo il viso dal foglio dopo aver scritto. Tuttavia, non so se sia corretto dire che sono nato per scrivere. Forse sono nato per raccontare e, in qualche modo, condividere ciò che del circostante mi attraversa per poi, attraverso ciò che sono, farlo riemergere in forma nuova.

 

Quanto incide e conta il tuo luogo d’origine, Sassari, sulla tua narrativa?

Sono un viaggiatore appassionato. Ho visitato diversi paesi, molti per volontariato, e non mi vergogno di dire che nel corso dei miei viaggi non vivo la nostalgia della mia città, perché cerco sempre di appropriarmi di ogni luogo su cui metto piede, di non viverlo da ospite, quanto piuttosto da cittadino del mondo. Ciononostante, quando rientro, subisco la consapevolezza che la mia città è la sede di una manciata di cuori sempre disposti ad accogliermi. Si parte per tornare. Per cui, con questa immagine, rispondo che, più che incidere, Sassari è una fucina di scritti che, se ovunque assumono forma, qui prendono vita. Amo la mia città, la trovo un’infinita fonte di bellezza, di colori che si possono materializzare su carta anche semplicemente osservandone gli abitanti.

 

Quando hai iniziato a scrivere, pensavi da subito di dedicarti a questo genere?

Ho pensato che raccontare la realtà, anche quella più cruda e spietata, unita al mio modo di cercare trovare sempre bellezza ovunque, anche dove pare non essercene, potesse essere la giusta direzione da prendere. Se questo si possa definire un genere, non lo so, ma è il mio genere. Questo perché adoro quando il lettore si riconosce e assume le forme di ciò che racconto. Visto che siamo simili ai nostri simili, raccontare di noi, della realtà, cercando sempre un lieto fine, pur senza abusare delle menzogne, mi pare il genere migliore.

 

Chi ti ha appoggiato maggiormente in questo progetto editoriale? Hai incontrato o ti sei scontrato con qualche difficoltà?

Non so dire con certezza se siamo troppi a scrivere o troppo pochi a leggere. Sta di fatto che l’editoria sta vivendo una crisi molto profonda. Pubblicare un libro è difficile, proporre la tua opera al lettore lo è ancora di più. Però sono dell’idea che le persone sentano ancora il profondo bisogno di ascoltare storie. In questa pubblicazione ruolo fondamentale è stato quello di chi ha compreso il valore, non tanto della mia scrittura, quanto del mio desiderio di volerla condividere. Due persone in particolare, Rossella ed Erika – che compongono il mio piccolo staff- a cui il libro è dedicato.

 

Da dove ha origine l’estro che ti ha accompagnato a scrivere il tuo primo libro “Io, Dio, Escort”? Quanto tempo hai impiegato a scriverlo?

Ho impiegato quasi dieci anni, anche se, nel frattempo, ho scritto moltissime altre cose. Perché tanto tempo? Perché è stato un libro tormentato. Mi ha chiesto di assumere gli stessi panni dei personaggi e per me è stato difficile, ad esempio, trattare argomenti come la violenza. Forse, proprio la voglia di “liberare” e salvare i personaggi da ciò che recava loro sofferenza, mi ha fatto vivere il dovere di concludere. Questo libro porta con sé pezzi di vita straordinari, che mischiano quelli ascoltati, a quelli inventati, quelli vissuti con quelli desiderati.

 

Secondo te i giovani che frequentano i social network leggono meno?

Non so rispondere a questa domanda, ma penso che alcuni di questi si accontentino di racconti miseri: miseri di parole e spesso di contenuti. Non so se dobbiamo storicizzate un nuovo modello di valori in cui la lettura è messa in un’altra posizione e collocazione. Al giorno d’oggi, siamo iperconnessi e ipersollecitati e questo fa assopire un po’ quel lavoro di fantasia che porta ad assemblare i pezzi di una storia. Di conseguenza, una lettura che non rispetti il dettame dell’immediatezza di determinati canali di comunicazione, come possono essere i social network, rischia di diventare qualcosa di statico. Forse, a volte, siamo solo lettori impazienti e indisciplinati che, desiderosi di arrivare al finale, non spendono -o non vogliono spendere- tempo a leggere tutti i capitoli che stanno nel mezzo.

 

Qual è il tuo rapporto con i social?

A oggi, sono fondamentali. Mi permettono non solo di poter condividere i miei pensieri, grazie anche alla preziosa collaborazione con fotografi, professionisti o meno, che fanno da sfondo ai miei testi brevi, ma anche di poter dar testimonianza dei luoghi in cui mi porta e mi accompagna la mia scrittura. Un’altra cosa fondamentale è la relazione, le buone relazioni. Incontro tante persone che hanno una grande necessità di esprimere, di essere ascoltate, che vivono un dispiacere, grande o piccolo che sia, oppure che hanno un parere su questa o quell’altra questione. A me piace ascoltare, a me piace mettermi accanto. La scrittura è un servizio, un dono da condividere, che non ti appartiene ma che ti è chiesto di amministrare. I social mi aiutano a distribuire e dividere questo dono.

 

Vuoi descriverci da cosa nasce la figura di Matilda, Simona e Carlo, protagonisti del tuo libro, ” Io, Dio, Escort”?

È un mischiarsi di argomenti a me cari. Cari, non perché posso o meno viverli o averli vissuti nella mia vita, ma perché li assaporo ogni giorno nell’incontro con l’altro. Durante la prima presentazione ho usato quattro macro-argomenti per parlare di questa storia, ovvero “il cambiamento”, “la solitudine”, “il giudizio”, “la speranza”. Questi quattro argomenti, nei personaggi come in noi, sono spesso presenti e, se vissuti in una maniera distorta, non ci permettono di essere liberi davvero. I personaggi di questo libro hanno la cattiva abitudine di rimandare, aspettando, talvolta convincendosi di una realtà falsata, che arrivi chissà chi o chissà cosa a cambiare le loro sorti. Si sa, a volte ammettere di avere un problema, ammettere che ciò che si vive non rende sereni, è difficile. Si finisce con il subire il contrasto tra il desiderio di prendere in mano la nostra vita e il terrore di stravolgerla. Questi tre personaggi mischiano la bugia con la realtà e la realtà con la fantasia, pieni di fantasmi del passato che, crescendo insieme con loro nel presente, quasi diventano complici. In particolare, ho perlato dell’ultimo argomento, la speranza, paragonandola al morso di una pulce, un pizzico che vuole rammentare a ognuno la propria esistenza, in agguato quasi, pronto a dirci “Se ti va, ci sono anch’io”.

 

Cosa ti piacerebbe che i lettori sentissero e carpissero dalla lettura del tuo libro: “Io, Dio, Escort”?

Mi piacerebbe capissero che non possiamo e non dobbiamo trasformarci a misura dell’altro. Vorrei che donasse lo slancio per realizzare che dobbiamo volerci bene così come siamo, che urlasse di stare alla larga da chi ci vuole cambiati, ma di tenerci stretti chi, invece, vuole la nostra crescita. Vorrei capissimo, una volta di più, che la solitudine può essere una componente della nostra vita ma che non deve essere quel luogo dove rifugiarci solo perché non siamo capiti. Infine, vorrei capissimo l’importanza di metterci accanto alle persone, senza per forza volerle salvare e forse neppure curare, silenziosamente accogliere, perché la diversità spaventa sempre e il rischio è quello di escludere, il rischio è quello di non avere la voglia di andare alla fonte di un problema spostando l’attenzione sullo stigma e non sulla persona.

 

Se dovessi utilizzare due aggettivi per spiegare Io, Dio, Escort, quali furoreggiaresti?
Ne uso tre, se posso: amore, bugie e Dio. Tutto legato da una violenza, una violenza che si staglia in tutta la sua crudezza e crudeltà, senza alcun rispetto per genere o età, dimostrando di non conoscere limiti, di non avere freni, ma non per questo di essere invincibile. A farle da controparte l’Amore, raccontato in ogni sua forma, quasi a voler ribadire una volta di più che la speranza è un’arma che chiunque può brandire e la felicità è un traguardo a cui ciascuno può ambire. E questo sul palcoscenico di una Sardegna controversa e seducente.

 

Qual’è il romanzo, che più di altri, ti ha colpito emotivamente, influenzandoti positivamente nella tua scelta e nel tuo modo di concepire la scrittura?

Sono diversi e, soprattutto nel periodo in cui ho iniziato a scrivere “Io, Dio, Escort”, si è manifestato come il mischiarsi di umori, emozioni e tormenti di quei tre o quattro che leggevo. Però, se devo citarne uno solo, direi “la casa degli spiriti” di Isabella Allende. Sicuramente, tra la cose che mi colpirono maggiormente di quel romanzo, ci fu la capacità di descrivere così bene la storia, così tanto bene che io vedevo materializzarsi davanti a me ogni dettaglio, ogni profumo, ogni sfumatura. Non è solo la buona fantasia del lettore, ma la capacità dello scrittore di tirarti dentro e farti vestire ogni sfumatura di quel personaggio e dei suoi ambienti.

 

Cosa significa “Scrivere” e “Leggere” per Alessio Marras?

La scrittura è un Servizio. Se lo vivi, se ti è donato, se ne hai consapevolezza, allora senti anche l’obbligo e lo slancio per mettere a disposizione il tuo talento. È fondamentale per me che la scrittura diventi un canale per permettere, a chi vuole a chi crede nel suo potere, di migliorare la propria esistenza. Non tanto per il contenuto di ciò che scrivo quanto per ciò che nasce dopo aver tirato su il viso da una pagina. La scrittura sollecita la nostra creatività e fantasia, sa scavarci dentro, può metterci davanti a delle scelte o a dei momenti di consapevolezza. Se capisci il potere di tutto questo, capisci anche la grandezza di questo talento e l’importanza di metterlo a disposizione per l’altro.

 

Il ricavato della vendita del tuo libro, verrà destinato per i progetti di volontariato all’estero, come ad esempio in India. Raccontaci qualcosa di più in merita a questa iniziativa sociale.

È ormai da tempo che mi occupo di volontariato, sia locale che estero, tanto che sono arrivato, nel 2016, a fondare un’associazione di Promozione Sociale, a Sassari. Nel 2005 ho vissuto la mia prima esperienza di volontariato estero in Madagascar e da allora non mi sono più fermato. Quest’anno poi, per la seconda volta sono stato in India, in questa nuova occasione ho realizzato un progetto utilizzando ciò che a me riusciva meglio: un percorso educativo rivolto a minori che vivono per strada o nelle baraccopoli, attraverso le arti circensi. Un progetto sviluppato in maniera autonoma, appoggiandomi a un’ONG di Calcutta che ha messo a disposizione una sala e ha coinvolto i ragazzi, in tutto 50, distribuiti in 5 gruppi, uno a settimana. Oltre a questo, ricopro un felice e triste primato: essere il primo clown in una baraccopoli di Calcutta. Le baraccopoli e i villaggi visitati sono stati davvero tanti in quasi quattro mesi. Calcutta: una città che, come dico sempre, “ti uccide poco alla volta”. Città estrema dove l’abbandono, il disagio, la miseria, la sporcizia e la morte sono protagoniste. Il meglio arriva proprio qui: riuscire a vedere bellezza ovunque, ogni santo giorno. Oltre a questo, ho potuto servire i morenti e i mendicanti che trovavo ogni mattina nella stazione di Sealdah. Ricordo che il contapassi, su e giù per i binari, arrivava a misurare quasi 12 km ogni giorno. Giravo con qualche pagnotta, uova sode, biscotti, garze e mercuro cromo. Tanta fame, tanta miseria, tante piaghe indescrivibili. La morte. Descrivo sempre come un dono il poterci stare accanto senza la paura di volerla scacciare. Ecco, il ricavato del libro mi permetterà di poter continuare questo progetto, una parte destinata all’India e l’altra alla Casa Famiglia e Centro diurno per minori “ll sorriso di Mariele”, in Romania, a cui sono legato ormai da molti anni.

 

Alessio, è stato un piacere conoscerti. Prima di salutarci, vuoi consigliare i tuoi contatti ai nostri lettori?

Chi si è incuriosito leggendo questa intervista può continuare a seguirmi su Instagram cercando “@alessio.marras_”, dove ogni giorno condivido ciò che i miei occhi vedono e il mio cuore elabora, e su Facebook, su “Alessio Marras-scrittore”, dove racconto in maniera più dettagliata le mie esperienze di volontariato e non solo.

 

 

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