“L’ultimo Requiem della Mantide” con l’autore del libro Marco Conti

“L’ultimo Requiem della Mantide” con l’autore del libro Marco Conti

21 Ottobre 2019 Off Di Andrea Agostino

Abbiamo il piacere di ospitare nel nostro salotto letterario lo scrittore Marco Conti dove ci presenta la sua ultima pubblicazione edita dalla Zattera edizioni.

 

Diverse pubblicazioni, tanto successo, ormai la gente ti apprezza, ti conosce per la tua voglia di raccontare e senza ombra di dubbio per la tua professionalità. Ad Aprile è uscito il tuo libro “L’ULTIMO REQUIEM DELLA MANTIDE” di cosa parla?

“L’ultimo Requiem della Mantide”, edito dalla casa editrice La Zattera, di Alessandro Cocco, è una raccolta composta da dodici racconti brevi. Sono storie di uomini e donne che cercano un modo per rimanere attaccati alla vita, annaspano, cercano la redenzione, il riscatto e inseguono qualcosa che somiglia molto alla speranza.
Il punto di partenza è la realtà che ci circonda, la vita di tutti i giorni, la nostra società sempre più cinica e distratta. Un mondo che, nonostante tutto, continua a girare indifferente. Le tematiche trattate sono scomode. Si parla di violenza di genere, abusi, diversità, omosessualità, ludopatia e difficoltà adolescenziali, solo per citarne alcune. La particolarità di questo nuovo lavoro è che le tematiche sociali sono celate dietro espedienti narrativi che rendono la lettura accattivante e scorrevole. Ho cercato di prestare particolare attenzione non solo all’aspetto sociale ma anche a quello narrativo e stilistico.
La scelta è del lettore. Può decidere di fermarsi ad una lettura più innocua, lasciandosi trascinare da un ritmo incalzante e dagli stili diversi adottati nei singoli racconti, oppure può scegliere di prendersi del tempo, sedersi accanto ai personaggi, tirare un lungo sospiro e ascoltare le loro storie.

 

Storie di sogni mai perduti e di preghiere in attesa di essere esaudite. Stralci di vita quotidiana vissuta ai margini di una società cinica e distratta. Quale messaggio vuole dare questo libro? Cosa dovrebbe aspettarsi il lettore prima di leggere il tuo libro?

Il messaggio è un invito ad uscire dall’indifferenza che troppo spesso ci circonda. A non far finta di non vedere o non sentire. Capire che le storie raccontate non si sentono soltanto nei telegiornali ma che, volenti o nolenti, fanno parte della nostra vita e sono più vicine di quanto si creda. Il Requiem è un invito a sporcarsi le mani con la sofferenza degli altri, e a ritrovare quella dimensione dell’ascolto attivo ed empatico che sta venendo oramai meno.
Il lettore deve aspettarsi un ritmo incalzante, un messaggio forte lanciato senza finti perbenismo o falsi moralismi. Personaggi veri, tratteggiati senza giudizio o senza il tentativo di renderli più gradevoli. Verrà preso per mano e accompagnato, fermata dopo fermata, in un viaggio nei meandri della propria anima, dove avrà la possibilità di fermarsi a riflettere, di interrogarsi.
Chissà se dopo aver chiuso l’ultima pagina avrà una visione diversa di questa nostra società. Chissà se riuscirà a vedere sotto una luce diversa tutto ciò che la vita gli ha riservato. Chissà se ci penserà un attimo prima di giudicare chi cerca un ultimo appiglio a cui restare aggrappato. Uno qualsiasi. Anche se dovesse essere lontano dal suo modo di stare al mondo.

 

Come è nata l’idea di questo libro?

L’idea è nata all’improvviso. Una sera, mentre correvo sul lungomare. Ho sentito l’esigenza di accelerare il passo e di mettermi di fronte al computer per raccontare le storie che compongono la raccolta. Ho scelto, ancora una volta, di affidarmi al genere che mi rappresenta maggiormente, ossia la short story, il racconto breve.
Questo lavoro ha per me una forte dimensione comunicativa, poiché, anche in virtù della mia professione di Assistente Sociale, credo fortemente nel messaggio che contiene e nelle sue potenzialità. Ha per me anche una dimensione lenitiva, in quanto mi consente di disinfettare le ferite in cui ogni giorno mi imbatto, e di ritrovare giorno dopo giorno fiducia e motivazione nel lavoro che faccio.

 

Dodici racconti di uomini e donne che cercano qualcuno a cui sussurrare il loro dolore, qualcosa a cui aggrapparsi, questo libro può essere visto in chiave sociologica, antropologica, forse spirituale?

Si parla molto, soprattutto in sociologia, di quelle che sono le caratteristiche della recente evoluzione del concetto di “famiglia”. Ma ciò che unisce i teorici e che viene riconosciuta universalmente è la solitudine relazionale. Credo che le storie raccontate ci ricordino che troppo spesso ci ritroviamo da soli a combattere le nostre battaglie, e valorizzano l’importanze del concetto di relazioni e di rete sociale, che dovrebbe essere riportato al centro delle discussioni sul tema. L’uomo è un animale sociale e oggi è di fondamentale importanza uscire dalla solitudine relazione e sentirsi parte di una rete capace di accoglierci e farci sentire calore e protezione.

 

Prossimi Obiettivi?

A breve termine il mio obiettivo è riuscire a diffondere il più possibile il messaggio del “Requiem”. Mi piacerebbe continuare con le presentazioni, anche perché fino a questo momento ho potuto apprezzare la voglia dei partecipanti di mettersi in discussioni e di confrontarci insieme sulle tematiche affrontate nel libro. Mi piacerebbe lavorare con i ragazzi delle scuole, perché ritengo che la rinascita valoriale della nostra società debba partire proprio dai più giovani.
Il sogno sarebbe quello di un adattamento teatrale del libro, ma credo che sarà destinato a rimanere tale.
Quanto alla scrittura non mi pongo alcun obiettivo. Scrivo solo se sento l’esigenza, se ho qualcosa di veramente importante da dire. Non sono metodico da questo punto di vista, non mi impongo di scrivere tutti i giorni, di fare esercizi di scrittura. Quando non ho dentro di me quell’ispirazione che mi porta a mettermi in gioco, preferisco leggere e studiare.

 

In base al messaggio che vuole trasmettere questo libro, che consiglio daresti ai tanti giovani che ti seguono e al nostro pubblico?

Ai giovani consiglierei di inseguire i loro sogni, di aggrapparsi alle loro ambizioni, ma di farlo nel rispetto di quei valori che devono tornare a essere la base della nostra società: il rispetto, l’educazione, l’ascolto e l’accettazione.
Consiglierei loro di non aver paura di mettersi in gioco, di uscire dagli stereotipi, dagli schemi. Di non avere paura di quello che è diverso da loro. Perché la diversità, soprattutto per i giovani, dev’essere una grande ricchezza.
Più in generale l’unico consiglio che mi sento di dare è qualcosa che io stesso ho capito lentamente, in seguito alle vicissitudini che la vita mi ha posto di fronte: apprezzare quello che si ha, senza piangersi addosso. Non dare nulla per scontato. La salute, la famiglia, i nostri compagni di viaggio. Imparare ad apprezzare sé stessi e porsi degli obiettivi per migliorarsi, ridefinire la propria scala delle priorità.
Credo sia la ricetta migliore per vivere questo nostro breve viaggio nella maniera migliore e senza rimpianti.

 

 

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