LATTE IN SARDEGNA: Un rapporto complicato

LATTE IN SARDEGNA: Un rapporto complicato

12 Settembre 2019 Off Di Andrea Doro

Sono passati ormai alcuni lunghi mesi dalla prima protesta dei pastori, nel febbraio di quest’anno.

Nel frattempo il problema cresce, la politica stenta a trovare soluzioni e prima o poi bisognerà fare i conti. Quelli veri. Sardegna e Pecorino Romano sono due mondi che si toccano, si amano ma allo stesso tempo non si sopportano, è un rapporto malato che va avanti da decenni e che forse, è il caso di rivedere completamente.

Da dove nasce il problema Export?

In Sardegna abbiamo una produzione agroalimentare il cui l’export è nettamente dominato dal Pecorino romano (made in Sardinia), unica voce in attivo al riguardo dopo i prodotti chimico/petroliferi. In merito all’agroalimentare, è bene osservare qualche altro numero:

Quanto latte si produce? Ben 4.893.568 quintali, di cui il 53% da ovini (pecore), il 44% da mucche e il 3% da capre. Ma quanti ovini da latte abbiamo? Al 2017 la Sardegna vanta il record di produzione, staccando nettamente tutte le altre regioni, con 3.301.837 capi; contro i 906.069 della Sicilia e i 743.823 del Lazio148. Il censimento 2018 dell’Agris regionale riduce il numero degli ovini sardi, comunque rilevante, a 3.073.486 unità (di cui 2.851.517 sono pecore e 221.969 sono capre), distribuite in 12.267 allevamenti. Sempre la Regione, con l’Oilos (Organismo interprofessionale latte ovino sardo), ha certificato una produzione di 317.464.776 litri di latte ovicaprino nella stagione 2016-2017149. Tra i capi di bestiame, negli anni 2013/2015, 650.501 unità riguardano l’agnello IGP150, una filiera che coinvolge 4.609 produttori e 46 impianti di trasformazione.

Il problema sembra quindi svoltare e il nemico potrebbe essere la filiera e le sue problematiche.

Per quanto riguarda la filiera industriale del latte sardo, 151 875.540 quintali rimangono tali, destinati al mercato sotto forma di latte intero per il 56%; parzialmente scremato per il 40% e scremato per il 4%. Si producono ben 476.097 quintali di formaggi, di cui l’89% a pasta dura, il 5% a pasta semidura e freschi per il 6%. Il nanismo aziendale è uno dei vari fattori che determina la scarsa diversificazione dei prodotti.

Mostro questi numeri per dare un quadro generale del settore perché in primis, è bene fare i conti con il presente, condizione necessaria per poter immaginare il futuro.

Nell’ultimo anno sono stati erogati ulteriori 120 mln € di aiuti. Di questi, ben 45 mln € sono finiti al solo segmento ovicaprino (in media 13 € a capo)156. Purtroppo i problemi che il comparto si porta dietro, sono frutto di politiche totalmente scellerate. Per esempio, con la Finanziaria 2017 i consiglieri regionali del tempo, diedero mandato alla Regione di utilizzare 14 mln € dei contribuenti per acquistare le eccedenze di pecorino prodotte nell’isola e rimaste invendute.

Vediamo quindi quali sono i problemi principali nati da tali pratiche:

1) Acquistare con soldi pubblici eccedenze di mercato significa premiare un determinato monopolio del settore, alimentando il dislivello tra produttori e trasformatori e non favorendo la libera concorrenza sul mercato. Inoltre si sussidiano anche i produttori incapaci di cooperazione, non produttivi e non adatti a stare sul mercato con le proprie gambe.

2) Acquistare con soldi pubblici eccedenze di mercato significa destinare parte delle entrate tributarie, al sussidio del comparto. Ma quali sono i risultati effettivi di tutte queste politiche? Nel 2017 si è avuta un’eccedenza di Pecorino romano pari a 40.000 quintali ad esempio.

Abbiamo ogni anno circa 100.000 quintali di pecorino che non trova uno sbocco di mercato, sia a causa della concorrenza internazionale (che sa proporre formaggi di ottima fascia a prezzi più bassi), sia per la rapida oscillazione di prezzo del prodotto causata dall’interventismo pubblico dominante. Il Pecorino Romano inoltre ha come unico sbocco gli USA e chi fa impresa sa bene che i mercati con un unico cliente e/o unico fornitore, non consentono una diversificazione del rischio. Ad oggi quindi il Pecorino romano è una perfetta commodity.

Per poter avere potere contrattuale bisogna completamente ribaltare la situazione trasformando il Pecorino romano da commodity, a prodotto esclusivo.

Da sfatare anche il mito per cui il biologico aiuterebbe le aziende di piccole dimensioni: tantissime aziende tra cui Futuragra, con Giorgio Fidenato, ricorda che solo pochissimi prodotti commercializzati come “bio” provengono dal lavoro di piccoli imprenditori, la maggior parte riguarda conglomerati e grandissimi gruppi aziendali.

Altro elemento negativo è il basso grado di internazionalizzazione delle imprese sarde, nel 2016 al 12,7% delle esportazioni sul PIL , è il segno di un mondo dell’impresa scarsamente aperte ai mercati e immobile tra le sue barriere.

Concludo affermando fortemente che la cultura imprenditoriale non si forma dai finanziamenti a pioggia. Non sono mai stati i finanziamenti a creare gli imprenditori.

La Sardegna potrebbe crescere tantissimo se imparasse a cooperare, a capire i mercati e le imprese avessero associazioni degne di questo nome, capaci di presentare studi analitici e strategici di comparto. E’ doveroso separare la proprietà delle strutture dalla loro gestione. I titolari, spesso non formati e non tecnologicamente dovrebbero affidarsi a manager e dirigenti con esperienza nel settore. Smetterla di voler fare “tutto per tutti”, tipico atteggiamento delle imprese anni ’70, consentirebbe alle aziende di sviluppare nuove idee e concentrarsi sulle azioni importanti.

 

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