Valorizziamo i nostri prodotti ? Lo scopriamo con Alessandra Guigoni, Antropologa del cibo

Valorizziamo i nostri prodotti ? Lo scopriamo con Alessandra Guigoni, Antropologa del cibo

21 Giugno 2019 Off Di Andrea Agostino

 

Noi siamo quello che mangiamo” sosteneva già a metà del 1800 il filosofo tedesco Feuerbach, se caliamo questa citazione nella cultura gastronomica dell’isola cosa potremmo dire?

Se diamo retta alle retoriche del cibo, troviamo “Sardegna” scritto dappertutto nei menu’, poi sappiamo che in realtà importiamo l’80 % di ciò che consumiamo sull’Isola. Questo sul versante delle produzioni …

Se parliamo di pietanze tipiche c’è un appiattimento su Malloreddus, Porcheddu e Seada nei menú turistici che è un po’ preoccupante perchè in Sardegna esistono una miriade di paste tipiche: Andarinos, Filindeu, Lorighittas, Caombas, Crogoristas, Tallutzas, Maccarrones de Busa, Fregula ecc…

ma è davvero difficile trovarli nei menú, cosi come la carne di pecora, di capretto, di vitello, la ristorazione da mass market è cosi, pochi piatti da nord a sud dell’Isola, senza badare al territorio e alla storia di quei prodotti.

Abbiamo anche decine e decine di tipologie di dolci da offrire e far conoscere, ciascuna legata ad una festa, una località, un momento dell’anno, su pan’e saba in autunno/inverno, le pardulas in primavera, i dolci di mandorla per i matrimoni e i battesimi, S’ aranzada nel Nuorese, i Mostaccioli a Oristano e potrei continuare…

Sogno un carrello dei formaggi nella ristorazione, ne abbiamo oltre 100 tipologie tra caprini, vaccini e ovini, e sogno delle pietanze che siano espressione delle realtà locali: mi aspetto di trovare il tonno a Carloforte e Calasetta, il muggine a Cabras, la capra ad Arbus, il Pane Carasau nel nuorese, il Moddizzosu nel Campidano ecc. questo è un valore aggiunto anche per il turista gastronomico, che si diverte a fare il tour dell’Isola in cerca di sapori e per noi locali, che assaggiamo un territorio scoprendo la sua cucina.

 

Dietro i noti cibi sardi si nasconde la storia di un popolo, le tradizioni, ma anche la trasmissione della fede in modo particolare per i dolci, una vera stagionalità del cibo …

Assolutamente sì. Una stagionalità e un’identità che oggi vediamo in pericolo come ho detto poc’anzi.

 

Nell’isola e nelle città tanti locali stanno sorgendo sempre più numerosi, proponendo quello che è il “tormentone del momento” l’aperitivo o apericena quali sono i punti di forza e quelli negativi?

L’aperitivo ha di buono che è un aggregante sociale ed è economico, cosi come l’apericena, per i Millennials va benissimo anche se consiglierei di alternare lo spritz con della birra sarda o un calice di buon vino. Diversificare. E magari al posto delle patatine dell’ottimo pane guttiau. La negatività la vedo se si beve senza poi cenare, bisogna bere responsabilmente e la cena non si può saltare.

Non amo l’apericena, ma se poi si va al cinema o a teatro ci sta. Basterebbe forse scegliere bene dove consumare l’aperitivo, per bere e mangiare meglio.

 

La cultura del bello e del like, oggi per far conoscere il tuo locale lo devi far conoscere nei social con foto accattivanti, cosa si nasconde dietro la foto?

C’era un film anni ’80, credo che lei non fosse ancora nato! ambientato nella “Milano da bere” che si intitolava “Sotto il vestito niente”: raccontava di un mondo superficiale e frivolo, fatto di apparenze senza sostanza. Cosa si nasconde dietro la foto dunque? Spesso un grande Niente appunto. Spero tramonti l’era della condivisione spinta del Nulla. I social sono utili ma il sapore deve essere al primo posto a guidare le scelte, non solo l’ impiattamento di una pietanza e la sua “fotografabilità”.

 

Quali sono i suggerimenti su come valorizzazione sempre di più il nostro cibo?

Suggerisco di non perdere le proprie radici, la propria identità gastronomica, valorizzandola invece con innovazioni di prodotto e di processo intelligenti ma rispettose della materia prima e della cultura gastronomica sarda.

 

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