“A tu per tu”con Matteo Porru vincitore del Premio Campiello Giovani 2019

“A tu per tu”con Matteo Porru vincitore del Premio Campiello Giovani 2019

29 Ottobre 2019 Off Di Andrea Agostino

“La scrittura apre le finestre che si affacciano sull'anima del lettore.”
Questa frase penso che rappresenti l’ospite del nostro salotto letterario, Matteo Porru,
diciottenne vincitore del Premio Campiello Giovani 2019.

 

18 anni con alle spalle diverse pubblicazioni tra cui “Talismani” che ti ha permesso di vincere il premio Campiello. Come stai vivendo ancora oggi questa vittoria?

L’onda continua e penso continuerà per molto tempo. È un’esperienza che apre miliardi di porte e di possibilità, di sbocchi sul futuro e su prospettive sempre più emozionanti. Vincere il premio Campiello è un onore e un onere: hai acquisito piena consapevolezza delle tue capacità ma hai il dovere di costruire su queste, migliorando sempre e crescendo umanamente e professionalmente. La vivo come qualunque persona che sta realizzando i propri sogni: con incanto.

 

Come nasce la tua voglia di raccontare?

Molto probabilmente nasce con me. Racconto sempre di aver visto fin da bambino il mondo con occhi diversi, prospettive che altri definivano strane, alterate, quasi incomprensibili. Erano così, ma soprattutto per me: vedevo la realtà, e la vedo tuttora, con mille sfumature, giochi di luci. Cerco gli sguardi della gente e fantastico su cosa pensi mentre mi passa accanto. Quando ho imparato a convogliare tutto questo e a renderlo mio, ho realizzato che sarebbe stato impossibile interiorizzarlo. E allora, l’ho scritto.

 

Che consigli daresti ai tanti giovani che si affacciano nel mondo della scrittura?

Le mie tre pì: pazienza, perseveranza e prudenza. Lasciare lievitare la storia, non correre, riscriverla fino alla nausea e fino a conoscere ogni paragrafo quasi a memoria (chi mi conosce sa che sono tanto “malato” da saperli). Non è l’autore che dà il tempo alla storia, ma la storia che dà il tempo all’autore. E, soprattutto, ci si deve convivere: è una creazione che vive con il creatore, sempre, ed è la simbiosi, spesso, la chiave per renderla emozionale e intensa.

 

In recenti interviste hai dichiarato l’uso, talvolta inappropriato, che tanti hanno nei confronti dei social. Che consigli daresti a una società che talvolta sembra vivere solo di questo tralasciando il contatto umano?

È fondamentale non rendere il sociale social, ma avvicinare collateralmente queste due realtà, metterle in contatto e in comunicazione ma distinguerle sempre. Il cellulare è quella meravigliosa macchina che avvicina i lontani ma, ahimè, allontana i vicini. Se oggi spegnessimo il web, per vedere la reazione della gente, si scatenerebbe un inferno. La nostra vita è diventata digitale, le dita ticchettano sugli schermi a velocità paurose. Penso che sia necessario concentrarsi sul capitale umano, quello che nessuna tecnologia potrà mai arrivare a capire, neanche se a crearla è l’uomo.

 

Con molta delicatezza mi piace riportare queste tue parole: “Ho vissuto una vita di solitudine fino a quando non ho trovato il modo di esternare”, possiamo dire che la scrittura è veramente una vera terapia che ci fa esternare i sogni e gli stati d’animo?

La scrittura non si limita a essere un’affinità al racconto, al creare storie. Ed è più che una terapia, più che un esercizio quotidiano. Per chi scrive, le parole sono ossigeno e le idee anidride carbonica. Non si può trattenerle nei polmoni, è un’esigenza renderle vive. E questo mio personalissimo must mi ricorda il più importante requisito della scrittura: la necessarietà. Senza necessarietà, un foglio pieno di parole può essere più bianco di prima.

 

Quali saranno i tuoi prossimi obiettivi?

Continuare a scrivere e a raccontare. Sto lavorando a tanti progetti con tante persone fantastiche. Non vedo l’ora di potervele dire tutte. Ma per adesso, work in progress!

 

 

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