Dovrebbe essere “Arrivederci” e invece è sempre un “Addio”

Dovrebbe essere “Arrivederci” e invece è sempre un “Addio”

27 Luglio 2019 Off Di Rita Piroddi

Un articolo sulla scuola, questo mi è stato chiesto. Si potrebbe scrivere un lunghissimo testo sui tanti, troppi problemi che il mondo della scuola presenta oggi come ieri: strutture fatiscenti, niente riscaldamento, poco organico, stipendi non adeguati allo standard europeo, inadeguatezza dei docenti ad affrontare problematiche e difficoltà degli alunni, che spesso vanno oltre le mere competenze didattiche, il precariato con insegnanti per almeno 10 anni nomadi da una scuola all’altra, classi in esubero, mancanza di materiale di ogni tipo (dalla semplice carta per le fotocopie alle Lim) etc. Oppure scrivere un elenco dei tanti luoghi comuni, di cui ogni giorno sentiamo parlare: insegnanti incapaci, inadeguati o privilegiati per il mito infondato dei famosi 3 mesi di ferie all’anno; alunni svogliati, bulli, violenti, vuoti e privi di valori con alle spalle genitori pronti a difenderli ad oltranza o completamente assenti nel loro ruolo genitoriale.

Invece, visto anche il periodo, il mese di luglio, mese di bilanci per noi docenti ma anche mese di incertezze per noi precari, mi soffermerò su cosa rappresenta “la classe” per chi, come me, da ormai troppi anni, cambia regolarmente ogni anno edifico scolastico. Cambiare significa ogni settembre attendere “la chiamata”, che puntualmente arriva verso il 15 del mese, valutare la scelta giusta, andare incontro a nuove dinamiche, nuovi colleghi, nuovo dirigente e nuovi alunni. Tutto è infatti nuovo i primi giorni, e anche se hai tanti anni di lavoro alle spalle, il primo giorno di scuola crea tante ansie anche a noi docenti veterani, e non solo agli studenti. Poi ti abitui a tutto e a poco a poco fai tuo quel habitat. Sì, perché la classe non è solo uno spazio fisico dell’ambiente scolastico, ma assume tutte le caratteristiche di un microambiente, nuovo e sconosciuto, almeno all’inizio, con i suoi abitanti, le sue tipicità, le sue regole, i suoi problemi e i suoi punti di forza.

Quando un docente entra in quella che diventerà in tutti i sensi la propria classe, entra un po’ in un mondo a parte, dove detta le regole del viver sociale e dove i ragazzi, almeno per 9 mesi, diventano i “suoi alunni” a tutti gli effetti. Il primo impatto non è sempre dei migliori, trovi ad accoglierti un microcosmo, che può essersi appena formato, e lì è forse tutto più facile; oppure entri in un ambiente formato già da tempo e allora lì ti trovi in un mondo che a primo impatto ti scruta e ti giudica, ti esamina sotto tutti i punti di vista (carattere, aspetto fisico, abbigliamento, tic particolari e, non per ultimo, le tue capacità di insegnare e trainare loro, il gruppo). Perciò, da subito dobbiamo mostrarci determinati e coinvolgenti, fissando poche ma precise regole, senza dimenticare mai che ci troviamo di fronte a un piccolo ambiente sociale. Così ogni anno inevitabilmente instauriamo relazioni belle o brutte con i nostri allievi, viviamo con loro, impariamo a conoscere ogni minimo dettaglio del loro carattere e del loro comportamento. I loro atteggiamenti ci sono noti nel dettaglio e nulla dovrebbe e può sfuggirci. Col passare dei mesi arriviamo ad amarli, ma anche in certi momenti a detestarli. Attendiamo giugno ma quando inesorabilmente questo mese arriva, lasciamo per l’ultima volta l’edificio scolastico con una fitta di amarezza e malinconia. Perché il nostro non è quasi mai un arrivederci, ma spesso un addio. Li lasciamo per forza di cose e li affidiamo ad altri, ma nel cuore le tante Benedetta, Chiara, Sara e Lorenzo rimarranno sempre i nostri ragazzi. Perché questo sono loro per noi, non cognomi o numeri ma piccoli adulti in formazione, non sempre perfetti, che non conoscono sfumature ma vedono o tutto bianco o tutto nero, che ti provocano, fanno caos, o tirano fuori il loro lato più debole.

È un mondo la scuola, che ogni giorno ti mette di fronte tante sfide, e non sempre sei preparata a fronteggiarle, perché tutta la preparazione che hai, i titoli di studio, i tanti corsi di aggiornamento che hai fatto, tutte le strategie didattiche apprese, ti hanno reso “pluri – preparata” dal punto di vista nozionistico ma non pronta ad affrontare tutte le battaglie.

E impari, giorno dopo giorno, a volte, anzi il più delle volte a spese dei tuoi alunni ad affrontarle. Perché in fondo quei ragazzi li devi conquistare, li devi indirizzare, devi far amare loro il sapere, devi riuscire a fargli venire una voglia matta di imparare. E questo non è per niente facile, perché oggi i nostri ragazzi sono pieni di input, di notizie, hanno tutto a portata di mano grazie alla tecnologia e loro ragionano e vivono come quei mezzi molto più velocemente di noi. Quando poi, ti trovi ad insegnare materie come latino, italiano, storia e geografia, le cose si complicano. Come riuscire a coinvolgere i ragazzi nello studio di certi “mattoni”? Come si può far amare loro la lettura, la poesia, quelle lingue morte? Bisogna rendere vivo e attuale ciò che non lo è più, rendere partecipi i ragazzi nella spiegazione, far venire loro la voglia di fare domande, ricerche. Non è facile, ma si può, ho imparato negli anni che “buttare loro addosso i concetti” serve a poco, vivere le materie che insegni questo li entusiasma. Anche perché tutti i luoghi comuni sui nostri giovani, non sempre sono esatti. Non è vero che sono persone sterili, vuote, prive di interessi, vogliono conoscere il nettare della vita, ma con i loro tempi e con il loro linguaggio. Per cui anche noi adulti dobbiamo cercare di accorciare le distanze tra il nostro e il loro mondo, perché così da loro otterremmo il massimo. Dobbiamo scendere dal nostro piedistallo di adulti perfetti e imparare con loro. Ogni anno, infatti anche noi docenti impariamo, ma quell’addio peserà sempre come un macigno, forse perché fa parte di noi uomini avere timore dei cambiamenti e fa male anche a loro. Finché noi adulti come loro sentiamo il peso di questo stacco, forse il nostro lavoro è stato svolto al meglio. In fondo la cosa più bella di questo mestiere, che raramente i genitori percepiscono, è proprio il rapporto umano tra alunno e docente. Ogni giorno viviamo sommersi tra lezioni e verifiche da preparare, compiti da correggere, verbali da compilare, ma quel rapporto è unico e difficile da comprendere per molti. Eppure ci sono docenti, e ne ho incontrati tanti in questi anni, che non amano instaurare rapporti umani con i propri discenti, perché farlo implica mettersi a nudo, non costruire barriere tra noi e loro, e perché farlo implica la necessità di impiegare tempo e risorse. Dobbiamo vedere in quelle incomprensioni, che inevitabilmente si creano, nei litigi, nelle chiacchiere fatte all’ora di ricreazione, nei dibattiti un momento di crescita per noi e per loro. A noi spetta il compito di capire un mondo che è ormai il passato ma che ci aiuta a far affrontare il futuro alle nuove generazioni. Il crescere non implica solo l’acquisizione di nuovi concetti, ma la presa di coscienza di noi come persone, dell’adulto come l’altro con cui confrontarsi e scontrarsi. Diventiamo così consapevoli dell’importante ruolo che la società tempo addietro ci ha conferito e che oggi ha perso di valore: il formare le generazioni che verranno. I ragazzi imparano sicuramente meglio quando l’adulto di riferimento è sempre lì pronto a tendere la mano, a capirlo ma anche e soprattutto quando è fermo nelle proprie regole. E più di ogni cosa amano e desiderano imparare, perché come ho appreso quest’anno con grande emozione da una splendida classe di quattordicenni: “L’insegnante è come una rosa che non appassisce mai, ciò che ti ha dato in termini umani e didattici è qualcosa che durerà per sempre”. Le spine simboleggiano l’autorevolezza e la bellezza il sapere e i rapporti umani, che si sono instaurati. Grandi i miei splendidi piccoli quattordicenni, ciò che ho dato loro, pur con i limiti e con i tanti errori che ogni anno si commettono, rimarrà come quella rosa che mi hanno donato. E’ per questo che quell’arrivederci, lascia un po’ di malinconia, perché è un addio. Ma il bello dell’insegnamento è forse proprio questo: dire addio e ricominciare nuovamente l’anno successivo con le stesse emozioni e con altri ragazzi.

 

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