Finzi incantatore, maestro di sortilegi

È stata una serata inattesa, quasi visionaria. Ieri alle 21, nella consueta cornice dell’arena di piazza Nazzari, il terzo appuntamento di classicalparco ci ha portati lontano, assai più di quanto ci aspettassimo. Lontano nello spazio e nel tempo, nelle misteriose regioni del sortilegio. La rassegna estiva 2020 del Teatro Lirico di Cagliari è giunta al giro di boa e ha scommesso tutto sul repertorio francese di fine Ottocento e primo Novecento, confezionando un programma di rarefatta eleganza.

Orchestra e coro del Lirico ne sono stati i protagonisti, sotto la guida sicura del maestro Giuseppe Finzi, che nel 2017 ha debuttato a Cagliari con la prima europea de La Ciociara di Marco Tutino, riscuotendo un grande successo di pubblico e di critica. E anche stavolta il direttore pugliese, placido e sornione, conquista tutti, mostrando inaspettatamente il lato più stregonesco del suo temperamento artistico.

Il concerto, aperto dall’aristocratica Pavane op. 50 per orchestra e coro ad libitum di Fauré, è proseguito con due apprezzatissime composizioni di Ravel (Ma mère l’Oye e la Pavane pour une infante défunte, entrambe nella trascrizione per orchestra) e coi preziosi Trois Nocturnes L. 98 di Debussy (versione del 1930). A chiudere, L’apprenti sorcier di Dukas, pagina resa universalmente popolare dalla ripresa di Walt Disney nel capolavoro cinematografico Fantasia. Una scaletta organica e compatta, idealmente bipartita, che da un lato ha il sapore di vecchi fogli d’album, dall’altro quello avventuroso della ricerca, della scoperta. E che si pone sotto il segno di un linguaggio sobrio ma seducente, calibratissimo e misurato. È la risposta di quegli artisti dinanzi alle soglie dell’alienante modernità industriale: il loro sguardo si rivolge al passato, cercando di riattingere una bellezza e un’innocenza ormai perdute, fa dell’infanzia il suo territorio d’elezione, con arcani affioramenti, densi di avventure stupefacenti, di iridescenti sortilegi. Al vertice di questa tendenza è Debussy, con la sua cifra espressiva simbolica e immateriale, in una inesausta ricerca sulle possibilità del colore orchestrale, sulle sue sfumature timbrico-armoniche.

Con gesto squisitamente morbido, Finzi ha centrato il bersaglio: da vero incantatore, ci ha ammaliati tutti quanti. Orchestra, coro e pubblico. Catturando ripetuti e calorosi applausi da parte di quest’ultimo. Perché, dietro l’impressione di mite bonarietà, il direttore tiene celata la scaltrezza luciferina di chi ben conosce il proprio lavoro. Agevolato da una scrittura orchestrale chiara e di razionale compostezza, ha infatti aggirato abilmente i pericoli dell’esecuzione all’aperto, guadagnando un risultato ottimo. Ha proposto una lettura esatta e attenta, sensibilissima alle nuances, al ritmo, agli effetti coloristici, restituendo con delicatezza la bellezza trascolorante, potentemente suggestiva, dei brani eseguiti. La prova dell’orchestra è parsa davvero buona; un po’ meno quella del coro (preparato da Donato Sivo), forse penalizzato dall’ingabbiamento e dalla posizione “incassata”. Sbavatura questa che non muta l’impressione complessiva sulla serata. Anzi, accresce di molto il nostro desiderio di tornare al più presto nelle sale da concerto. A quella consuetudine e familiarità che ci sono così necessarie e care, perché crediamo sempre che “l’armonia / vince di mille secoli il silenzio”. E il maestro Finzi ce l’ha dimostrato, con garbo signorile e tocco vellutato.

 

Foto di Priamo Tolu

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