Duru Duru Durusia

Siamo in piena estate, molti di voi ci staranno leggendo direttamente dalla spiaggia illuminati dal sole, altri illuminati dallo schermo del proprio pc in attesa delle ferie. In entrambi i casi vi regalerò un momento di relax, incuriosendovi, riprendendo quanto iniziato nello scorso numero.

La Musica della tradizione Sarda è realmente unica nel panorama delle musiche del Mediterraneo, oltre alla straordinaria varietà di stili e modalità espressive che contraddistinguono le diverse aree del territorio regionale, colpisce che, per la maggiore, essa sia tramandata per via orale da generazione in generazione. Colpisce soprattutto il fatto che con l’evolversi dei tempi, certe meccaniche generazionali non siano più praticate quanto un tempo, un deficit che ha portato alla scomparsa di tantissime informazioni, musiche, canti e che d’altra parte ha invece stimolato altri a prendersi cura di un patrimonio così importante e delicato allo stesso tempo.

Nel numero di Giugno vi ho presentato il progetto METECA (Teca del Mediterraneo), nato proprio per focalizzare l’attenzione sull’importanza di questa ricchezza che il progetto stesso vuole preservare. il progetto nasce nel 1995 con il preciso compito di visitare tutta l’isola di Sardegna per fissare su disco alcuni degli esempi più rappresentativi di quel ricco mondo musicale trasmesso per tradizione orale e di cui gli esponenti, anziani portatori di questo patrimonio, stavano sparendo, inesorabilmente. Tutte le registrazioni vengono effettuate con un sistema portatile digitale che garantisce una qualità del suono ottimale, permettendo ancora oggi di apprezzare la ricchezza delle sfumature espressive e la varietà timbrica delle voci sarde.

Oggi vi voglio portare all’interno di un mondo fatto di gioco, ironia a volte profonda, altre spicciola, un mondo in cui il canto diviene un mezzo per raccontare fatti inenarrabili o produrre reazioni differenti dal solito nell’ascoltatore. Un modo molto diretto di comunicare che nella tradizione musicale Sarda è caratteristica primaria, e quale può essere uno dei destinatari più classici di un canto se non i bambini? Pensate alla vostra infanzia e sono sicuro che, se non siete giovanissimi, vi ricorderete qualche filastrocca, qualcosa cantata dai vostri nonni magari, tenendovi “a cavalluccio”.

Nella tradizione, questo tipo di canto si chiama Duru Duru e nello specifico essi sono canti-gioco che ripropongono la scansione ritmica dei canti di accompagnamento al ballo. Si eseguono infatti solitamente facendo sedere il bambino sulle ginocchia dell’adulto, mosse ritmicamente su e giù a tempo con la musica.

Ne esistono diverse tipologie, ognuno con tematiche specifiche, come quello benaugurale che troviamo a Quartucciu, composto da versi ottonari con rima baciata (AABBCC), il cui testo augura al bimbo di poter diventare un brav’uomo, grazie anche all’intercessione divina, elemento ricorrente quello della preghiera nella musica Sarda. Un altro esempio di canto-gioco per bambini e quello nello stile di Dorgali, che vede invece il testo composto da versi endecasillabi con rima baciata (AABB), anche in questo caso dal contenuto benaugurale. Si auspica che il bimbo, una volta cresciuto, possa convolare a nozze con una giovane del paese di Illorai, con qualche riferimento al benessere in questo caso riconducibile alla tradizione agropastorale. Tradotto in italiano, il testo può essere letto più o meno così:

A duru duru duru dai, il bel bambino non muoia mai
. Che muoia piuttosto il miglior vitello ma non muoia il bambino bello. Il vitellino ce lo mangeremo,
il bambino si sposerà
con una bambina di Illorai. A duru duru duru dai

Nelle tradizione sarda è comune che questo tipo di canti rivolti ai bambini presentino un marcato pindarismo: così come il poeta greco passava improvvisamente dalla sfera dell’attualità, alla sfera del mito, con mutamenti stilistici repentini (i cosiddetti voli pindarici), così i Duru Duru con estrema semplicità passano repentinamente da un’immagine all’altra, alcune verosimili, altre fantastiche. In questo ultimo caso, “Durusia” di Bitti, i versi sono ottonari con rima baciata (AABB) e possono essere tradotti così:

Duru duru durusia. Le campane della chiesa
le suonano al mattino. Il gallo cagliaritano. La mela campidanese.
Oh, quanto il cuore mi pesa
ché la vedo e non la tocco… ciliegie e albicocche
che stanno nella mia vigna
. Duru duru durusia. Per far ballare la piccola Luisella. Il cuore di Goddi il Grande. Possa tu avere gli abiti di panno, tutti come li desideri e perfetti. Sia tuo marito
marchese di cento villaggi
e sia tu la proprietaria
di centonove botteghe,
i gioghi….
” 

Chiaramente la traduzione non rende quanto l’originale, per questo vi invito ad dare un’occhiata online sul sito ufficiale di METECA – La teca del Mediterraneo, su cui è presente il primo volume dell’opera, ascoltabile gratuitamente all’indirizzo www.meteca.it. Un saluto a tutti voi!

 

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