In scena, anzi: in arena! L’applaudito debutto di classicalparco

Sotto il cielo cagliaritano, rassicurante perché sgombro da nembi – sia reali che metaforici –, in un’aria circonfusa di colori vespertini, il Teatro Lirico ha finalmente riaperto le sue porte. Ripartendo con un palpabile slancio entusiastico, con piglio deciso. Ma soprattutto all’insegna di importanti novità, quelle rese indispensabili dall’eccezionalità delle vicende di cui siamo stati spettatori.

Ecco dunque classicalparco, la coraggiosa risposta al nefasto blocco durato oltre quattro mesi a causa della pandemia da Covid-19: una programmazione estiva all’aperto (in tutto dodici serate di spettacolo, tra lirica, concerti e danza), presso l’arena all’aperto del Parco della Musica, situata in piazza Amedeo Nazzari e attrezzata ad hoc. Nuovo il titolo, nuova la disposizione per l’esecuzione e per l’ascolto, nuovi i rigidissimi protocolli per la sicurezza (a cui però siamo abituati). Le parole d’ordine sono state infatti quelle note: controllo della temperatura all’ingresso, accessi contingentati (e capienza “ridotta”), mascherine e distanziamento interpersonale, postazioni per la disinfezione delle mani. Sono cambiati dunque i luoghi e le prospettive, però al centro è rimasta sempre la musica. Per scongiurare un silenzio che era divenuto molesto, tormentoso.

La serata inaugurale, tenutasi venerdì scorso alle 21:00, ha visto il debutto del brillante soprano serbo Alessandra Di Giorgio e il graditissimo ritorno (dopo poco più di un anno) di Giampaolo Bisanti, direttore milanese dal gesto netto e impetuoso. A lui, molto emozionato, è toccato il compito di guidare in questo concerto denso di significati i due complessi stabili, Coro e Orchestra del Lirico. Il programma, «popolare ma non banale» secondo le parole del sovrintendente Nicola Colabianchi, ha proposto al pubblico un’antologia di pagine operistiche e sinfoniche, un’implicita celebrazione della storia ottocentesca del melodramma. Accanto a classiche carte vincenti come “La mamma morta” (Andrea Chénier), “Io son l’umile ancella” (Adriana Lecouvreur) , “Casta diva” (Norma) e il “Coro a bocca chiusa” della Madama Butterfly, gli autori più rappresentati sono stati Verdi e Mascagni. Se la scelta nel catalogo del primo ha privilegiato brani noti (Sinfonia de I vespri siciliani; “O Signore, dal tetto natìo” da I Lombardi alla prima crociata; “Si ridesti il leon di Castiglia” da Ernani) e addirittura prevedibili (“Va, pensiero” da Nabucco), per il livornese s’è deciso, con apprezzabile audacia, di presentare i tre Intermezzi delle sue opere maggiori (L’amico Fritz, Guglielmo Ratcliff, Cavalleria rusticana), tanto più preziosi perché non è comune sentirli eseguiti in un’unica occasione. Ma il vero gioiello della serata sono stati il Preludio e il Liebestod (entrambi da Tristan und Isolde) di Richard Wagner, le cui opere a Cagliari sono assenti già da un decennio (Der fliegende Holländer aprì la stagione lirica e di balletto nell’aprile 2010).

Se è naturale che ognuno maturi impressioni e opinioni sulla base del proprio gusto personale, in questo caso si può fare qualcosa di molto più semplice e anzi di scontato: sospendere radicalmente il giudizio estetico. Trattandosi infatti di un concerto amplificato (scelta obbligata quando si è all’aperto), vien difficile esprimere delle valutazioni sulla performance che aspirino ad essere obiettive. L’impressione, sulla scorta dell’accoglienza calorosa del pubblico, è parsa senza dubbio buona, con spiccato apprezzamento per le pagine sinfoniche mascagnane e per le arie più celebri. La sfida era d’altronde molto complessa: nell’improbo tentativo di conciliare il rispetto delle norme di sicurezza con le esigenze dell’arte musicale, purtroppo quest’ultima ha corso troppi rischi. È comprensibile, l’urgenza era una: tornare a fare musica, ad ogni costo, il prima possibile. Perciò di questo sforzo siam paghi e grati.

Resiste invece ad ogni sforzo di discernimento la girandola che ha caratterizzato le scelte del Lirico in fatto di comunicazione. In un carosello di annunci e proclami, di dichiarazioni d’intenti (poi smentite dai fatti), c’è stato di che smarrirsi. Caldeggiamo in futuro maggiore cura per questo aspetto, espressione di attenzione rispettosa nei confronti degli spettatori tutti, imprescindibile perché l’istituzione si dimostri ancora all’altezza del suo compito, civile e pubblico, oltre che culturale.

 

 

Foto di Priamo Tolu

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