“Chiamatemi Tiresia”: un ricordo di Camilleri

 

Un anno fa la scomparsa dell’amatissimo scrittore siciliano

 

Ci ha lasciato esattamente un anno fa. Di mercoledì, in un giorno di luglio. La notizia non fu improvvisa, perché era già ricoverato da circa un mese al Santo Spirito di Roma, per un grave attacco cardio-respiratorio. Quella mattina, sul presto, si spense a 93 anni Andrea Camilleri, lo scrittore siciliano che in tantissimi apprezziamo e amiamo. E chi ancora non lo conosce, chi non ha letto nulla di suo – beato, ché ancora non lo sa! – è il più fortunato: può assaporare per la prima volta il piacere di scoprire una terra vasta e assolata, folta di personaggi e di storie. Quelle create e intrecciate dall’immaginario fervido e incontenibile del loro autore.

Nato a Porto Empedocle nel 1925, si trasferì a Roma verso la fine degli anni Quaranta, per frequentare l’Accademia nazionale d’arte drammatica come allievo regista. Nella vita, trascorsa a partire da quel momento nella capitale, è stato sceneggiatore, scrittore, drammaturgo e ovviamente regista. Consacrato tra il 2002 e il 2004 da due eccellenti Meridiani, la collana di punta della Mondadori, Camilleri rappresenta il caso editoriale italiano più importante degli ultimi decenni. L’elenco completo delle sue opere supera il numero di cento titoli, la maggior parte editi dalla Sellerio. Però è col ciclo dei romanzi del commissario di Vigàta, il celebre Salvo Montalbano, che si è imposto sulla scena letteraria, ottenendo enorme successo di pubblico, riportando la lettura nel quotidiano di milioni di persone. Senza pretese e complessi, senza cercare a tutti i costi di costruire storie plausibili o di creare personaggi impossibili ma realistici. Obbedendo istintivamente ad una verità elementare, che la letteratura è soprattutto racconto. Nei suoi numerosissimi libri ritroviamo sempre questa dimensione artigianale del narrare cunti; questa la sua semplice e rivoluzionaria ambizione. E lì c’è tutto di lui. La passione per la scrittura, la sua concezione orizzontale della comunicazione letteraria. Ci sono il teatro e anche la passione civile.

Proprio ieri è uscito il volume che conclude la fortunata serie di Montalbano, dal titolo Riccardino. La Sellerio ha rispettato una precisa volontà dell’autore (la pubblicazione postuma) e, ad un anno esatto dalla sua scomparsa, porta in libreria un romanzo che era già stato ultimato nel 2005 e che aveva subito una meticolosa revisione linguistica nel 2016. Riccardino, dopo aver trascorso tanti anni in un cassetto, è stato stampato in due diverse edizioni. Una appartiene alla classica collana «La memoria»; l’altra è un’edizione speciale, fuori collana, in cui vengono presentate le due versioni del romanzo, quella definitiva del 2016 e la prima scritta dall’autore nel 2005. Così da “seguire i mutamenti di quella lingua individuale, unica, inventata da Andrea Camilleri e la sua evoluzione nel corso del tempo”. Ora possiamo ripercorrere tutta di seguito la serie del commissario, dal suo inizio fino alla conclusione, come una lunga, risplendente collana.

Ma per accostarsi allo scrittore si può partire addirittura dal brevissimo e delizioso Conversazione su Tiresia, monologo che Camilleri ha recitato l’11 giugno 2018 al teatro greco di Siracusa. Pubblicato poi in un agile volumetto (circa 60 pagine), esso ripercorre la vicenda dell’indovino cieco, cui si sovrappone per lampi la fisionomia dell’autore. Infatti anch’egli è stato colpito dalla cecità. E tuttavia Camilleri era capace di vedere con gli occhi della mente, lucidissima, quando invece, negli ultimi anni, la vista venne meno e i suoi occhi non vedevano più. Il testo, pur ossequioso verso certe esattezze libresche e colte (fonti e autori poco noti ai più, versioni secondarie del mito), riporta la mitologia a ciò che fu all’origine: un racconto, piacevole e disteso, complice dei suoi uditori, libero da leziosità e ricercatezze care al palato dei pedanti. Scritta con una lingua viva e contemporanea, tutto percorso da una irriverente ironia, da una schietta vena satirica, la Conversazione si colloca al di fuori del tempo, in una prospettiva d’eternità, proprio come la narrazione mitologica. Il suo insegnamento? Non indietreggiare mai davanti all’insensatezza del «dolore del mondo». Perché, se quel dolore è talvolta inspiegabile e irrazionale, forse allora l’arte è una delle forme più alte di consolazione che l’uomo possiede.

Un anno fa ci ha lasciati l’uomo, il regista, lo scrittore, l’intellettuale. Camilleri non c’è più. Ma le sue parole sono sempre vicino a noi, sono ancora con noi: nelle librerie, nelle biblioteche, nelle nostre case. Non siamo soli, la sua opera sterminata vivrà per sempre.

 

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