Come “un motivo che sgorga spontaneo dalle labbra di un poeta primitivo”

Canne al vento: capolavoro della narrativa di Grazia Deledda.

 

È probabilmente la donna sarda più nota al mondo, la più letta e amata. La prima in Italia ad aver ricevuto il premio Nobel per la Letteratura, nel 1926: in pochi hanno rilevato però che si tratta dell’unica occasione in cui il prestigioso riconoscimento venne attribuito per meriti legati alla scrittura narrativa, romanzi e novelle (gli altri italiani, tutti uomini, sono stati premiati per l’attività poetica o drammaturgica).

La sua collocazione nello spazio letterario è stata in passato fonte di discussioni e di confronti anche accesi. La critica s’è spesso divisa, con giudizi puntuti, talvolta molto severi. C’era chi voleva inquadrarla nella scuola verista (o peggio regionalista) e chi la poneva fra gli autori del maggiore decadentismo europeo. Oggi risulta prevalente questa seconda linea interpretativa. Perché la Deledda adotta sì una prospettiva spontanea e naturalistica, ma non ha propositi di oggettività, non si cura di scavare nei meccanismi sociali ed economici delle vicende. Tutto si risolve in una irresistibile attitudine a narrare e a inventare, con empatica aderenza alla vita quotidiana della sua regione, appartata e misteriosa. Tessendo sapientemente sogni e turbamenti, inquietudini sentimentali e morali, spunti mitici.

L’unico rischio residuo è quello di scambiare la sua audace operazione letteraria e farne la paladina del nostro territorio, della nostra identità. Ma equivarrebbe a misconoscerne la statura letteraria e lo spessore culturale: certo, scelse di narrare un mondo a sé, ma è il modo in cui lo ha narrato che l’ha resa una grande scrittrice, vicinissima ai grandi romanzieri russi che tutti conosciamo. Concentrandosi su un microcosmo arcaico e retrivo, ha saputo raccontarlo e dipingerlo con un “continuo entrare e uscire da quel mondo, guardandolo da dentro e da fuori; […] il suo infatti è un equilibrio delicatissimo, che si riflette sul linguaggio – frutto di una iniziale scelta tormentata – tra lingua sarda e lingua italiana” (G. Rivieccio). Un microcosmo che porge spaccati di vita vissuta, visioni inedite e periferiche, simbologie ancestrali, mitologie.

Grazia, autodidatta dalla precoce vocazione letteraria ma sempre attenta al mondo intellettuale e alle sue molteplici sollecitazioni, fu una narratrice estremamente prolifica (scrisse una trentina di romanzi e circa quattrocento novelle). Instancabile nel lavoro, condusse un’esistenza discreta e appartata, poiché non amava né i clamori né la mondanità. Non smarrì mai la sua semplicità genuina, neppure quando pubblicò a puntate Elias Portolu, tra l’agosto e l’ottobre 1900: il titolo infatti segnò il suo primo successo internazionale.

E proprio con Elias Portolu si aprì la stagione creativa più feconda, cui appartengono i suoi capolavori: Cenere, L’edera, Canne al vento, Marianna Sirca, La madre. Cui va aggiunto il postumo Cosima, quasi Grazia, forse il più alto. Un tormentato romanzo-testamento, a lungo meditato e lasciato incompiuto.

Fra questi spicca innegabilmente Canne al vento, pubblicato nel 1913 dall’editore Treves e continuamente ristampato e tradotto. Il romanzo, corale e polifonico, ha una struttura complessa e bilanciata.

Ambientato a Galtellì (Galte nel testo), in provincia di Nuoro, narra le vicende delle tre sorelle Pintor, esponenti della vecchia aristocrazia terriera ormai decaduta e del loro fedele servitore Efix. I destini della famiglia sono retti con sacrificio e estrema dedizione proprio da quest’ultimo, che tuttavia è anche custode di un terribile segreto. A perturbare l’illusorio equilibrio della vita familiare sarà Giacinto, nipote scioperato e dissoluto delle sorelle. Giungendo da Roma, recherà con sé i segni della modernità e susciterà impreviste e controverse dinamiche relazionali (passioni, desideri inconfessabili di natura incestuosa, rivalità e tensioni). La storia si chiude con un’apparente ricomposizione dei dissidi e delle rivalità, eppure non c’è alcuna redenzione, la tragicità dei fatti non viene superata, non c’è alcuna spiegazione razionale all’eterno dramma del vivere.

Canne al vento è un’opera dalla sensibilità moderna, la cui scrittura sconfina spesso in suggestioni oniriche e profetiche. La vita degli uomini è sottoposta alla dialettica immutabile di colpa ed espiazione, è sospesa tra solitudine, violenza e predestinazione. La natura stessa è più che un semplice scenario delle vicende, è più di un ambiente: la scrittura deleddiana la descrive con precisione e acuta sensibilità, con sentita commozione, ne fa quasi un personaggio che partecipa dell’introspezione umana, è la sede di forze invisibili ed eterne, come ogni uomo. È un romanzo che si legge a grandi sorsi, d’un fiato quasi. Un capolavoro che ci ricorda quanto sia importante osservarsi da fuori e conoscersi per capire gli altri.

 

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