Educazione digitale: Harassment, quando la molestia è virtuale

L’uso degli strumenti di comunicazione digitale, la rapida diffusione dei social network e la facilità per i giovanissimi di accedere alle piattaforme – spesso aggirando i vincoli di età o i controlli parentali – hanno reso sempre più labile la distinzione tra mondo reale e mondo virtuale, specie da parte dei teenagers cyber-nauti che considerano i propri account come una vera e propria estensione del loro essere. Utilizzano internet per relazionarsi, confrontarsi e esprimersi, spesso non ben consapevoli che le azioni sul web possono avere delle ripercussioni nel mondo reale, sottovalutando i rischi e le insidie. Esistono infatti delle situazioni in cui il cyberbullo prende di mira la vittima per molestarla attraverso l’uso delle nuove tecnologie, ad esempio ricorrendo alle app di messaggistica istantanea. Tali condotte, allo stesso modo di quanto previsto dall’art. 660 del codice penale, sono assimilabili al disturbo della persona in un luogo pubblico o privato.

In questo scenario l’harassment è una “molestia virtuale” e consiste nell’invio ripetuto nel tempo di insulti o messaggi offensivi e disturbanti, attraverso email, SMS, MMS o telefonate mute. Si tratta di una condotta riconducibile al cyberbullismo, in quanto sono presenti le proprietà della persistenza e una asimmetria di potere tra le parti. La vittima subisce in modo passivo le molestie e cercherà di convincere il bullo a porre fine a tali aggressioni o tenterà di ribellarsi, replicando con messaggi scortesi e azioni aggressive agli insulti ricevuti. A differenza di ciò che accade nel fenomeno del flaming però la vittima non replica per accendere la discussione virtuale ma agisce con la speranza di veder cessare tali comportamenti.

 

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