Donne e lavoro

Attualmente persiste nella nostra società progredita e all’avanguardia la difficoltà delle donne di raggiungere posizioni apicali e di leadership nel mondo lavorativo. Questa situazione tuttavia ha origini ben più antiche e ha riguardato in particolare alcuni settori, come quello scientifico, nel quale le donne, anche quando hanno collaborato nel campo della ricerca dando importanti contributi, non hanno mai avuto riconoscimenti e meriti alla pari dei colleghi “maschi”. Ricordiamo a questo proposito due donne come Marie Curie e Rita Levi Montalcini che rappresentano il genere femminile in questo mondo ostico e spesso inaccessibile in quanto, nonostante la loro preparazione, non hanno avuto un equo riconoscimento nel mondo scientifico a causa di tali pregiudizi. Le donne sono state a lungo relegate, in questo e in altri settori, a compiti meno importanti e a status subordinati, almeno fino a quando, durante la seconda guerra mondiale, non si è manifestata una carenza di scienziati uomini che le ha consentito di sostituirsi a loro nel lavoro e dimostrare il loro valore professionale. Nella nostra terra sarda abbiamo avuto molte donne che sono diventate simbolo dell’emancipazione femminile nel mondo del lavoro come Francesca Sanna Sulis (1716-1810). Donna abile negli affari, imprenditrice capace di organizzare e gestire capitali e soprattutto donna libera di esprimersi, mai sottoposta a prevaricazioni. Non solo motivò e creò corsi di formazione sartoriale per le giovani operaie ma le tutelò nella maternità, consegnando loro il telaio a casa per permetterle di continuare a lavorare e non perdere la loro indipendenza economica. Sono passati tanti anni da allora e oggi, malgrado una maggiore presenza delle donne in tutti i campi del sapere, continua ad esistere una differenza significativa a livello di percorsi di carriera. I dati statistici riportano che negli ultimi 10 anni c’è stata una maggiore presenza delle donne nel mondo lavorativo, anche nei settori che da sempre rappresentavano ambiti in prevalenza maschili.

Nonostante questa crescita in Italia si è ancora lontani dai dati presenti nel resto d’Europa: nel 2018 – secondo dati Eurostat – le donne attive nel mercato del lavoro (occupate e disoccupate) tra i 15 e i 64 anni erano solo il 56,2% del totale a fronte del 68,3% medio in Europa, il dato peggiore in assoluto. In pratica una donna su due è a casa e non riesce ad entrare nel mondo del lavoro e nella maggior parte dei casi dichiara che la situazione è dovuta agli impegni familiari. Gli ostacoli per le donne ad inserirsi e mantenere il lavoro sono molteplici. Tra i fattori più incisivi e determinanti vi è la maternità, basti pensare che il 30% delle madri interrompe il rapporto di lavoro perché costretta a sostenere carichi familiari eccessivi, contro il 3% dei padri. La nascita di un figlio è sicuramente un momento molto positivo per una coppia, ma è anche un periodo faticoso e di grandi cambiamenti e stravolgimenti. Spesso in questa fase del ciclo di vita le donne hanno necessità di chiedere un part-time per poi poter rientrare a tempo pieno. Ma non sempre questo è possibile perché spesso perdono il lavoro. 

Alla difficoltà delle donne ad accedere al mondo del lavoro si affianca la difficoltà negli avanzamenti di carriera. Tale situazione non è sicuramente dovuta alla mancanza di professioniste all’altezza di ruoli dirigenziali e altamente qualificate. Infatti il conseguimento di titoli di studio elevati non ha contribuito a ridurre due fenomeni come la ‘segregazione orizzontale’, che determina la concentrazione delle lavoratrici donne in determinati settori e occupazioni, e il cosiddetto ‘soffitto di cristallo’, la barriera invisibile che ostacola le donne negli avanzamenti di carriera e impedisce loro di raggiungere i livelli più alti. Questi fattori, assieme alla scarsa partecipazione femminile al mercato del lavoro, determinano il grave fenomeno della differenza salariale tra uomini e donne: secondo numerosi studi i salari medi dei lavoratori sono tra il 10% ed il 18% più alti di quelli delle lavoratrici. Continuano pertanto a persistere condizioni di svantaggio sociale, culturale ed economico che precludono la possibilità alle donne di poter competere con pari opportunità e poter dimostrare le loro competenze. Ultimamente con l’aumento dello smart working, imposto dalla pandemia, molte donne hanno avuto difficoltà nel conciliare i tempi della gestione dei figli e dell’attività lavorativa. Da un punto di vista culturale infatti il ruolo della donna è ancora fortemente legato a stereotipi che la vedono protagonista della crescita e dell’accudimento dei figli e dell’assistenza dei genitori malati. Malgrado tutto ciò si sono fatti grandi passi in avanti e la situazione negli ultimi dieci anni è cambiata notevolmente, ma per modificare questi stereotipi e meccanismi fortemente radicati nella nostra cultura occorre ancora altro tempo e un impegno attivo di tutta la comunità.

 

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