Il disturbo pedagogico della positività in tempo di crisi

In questi giorni così delicati, in cui siamo stati costretti a rivedere il modo di vivere e lavorare, abbiamo scoperto nostro malgrado che le relazioni possono essere coltivate anche a distanza, grazie all’uso della tecnologia, quale unico strumento che ci ha permesso di restare collegati socialmente anche con gli affetti più cari. Abbiamo imparato che lo smartworking, prassi che sarebbe dovuta essere operativa già da tempo, come modalità per consentire alle donne incinte, alle puerpere e alle persone con situazioni familiari delicate da seguire la possibilità di un’alternanza famiglia-lavoro-famiglia dignitoso, non è certo meno produttivo dell’attività eseguita in ufficio. Il lavoro agile sta infatti dimostrando di essere un modo qualificato ed efficiente per produrre, far circuitare idee, migliorare il confronto anche con coloro che da una postazione fissa dell’ufficio non incontravamo mai. Siamo dovuti uscire dalla nostra comfort zone per riscoprire gioie legate al passato, quando nella nostra gioventù fugace facevamo i conti con le generazioni precedenti che, avendo vissuto la o le guerre, cercavano d’insegnarci che il rispetto per se stessi, passa necessariamente attraverso il rispetto di chi ci sta intorno; che sprecare il cibo o spendere senza controllo, per migliorare la propria immagine esteriore, diventa inutile quando non abbiamo nessuno che ci guardi e possa in qualche modo assimilare a gruppi sociali definiti e identificabili, dove l’abito assume i connotati di una uniforme con comuni codici convenzionali.

A questo proposito, ho trovato molto interessante e carica di significati la lettera aperta al mondo della moda scritta proprio da uno dei suoi guru, Giorgio Armani, in cui ha evidenziato come si sia perso il valore dell’autenticità, come gli eventi speciali fossero diventati prima del Covid normalità… ma anche come questo momento “ci offre l’opportunità unica di riparare ciò che è sbagliato, di riguadagnare una dimensione più umana”. Vedere l’unità alla quale siamo stati costretti e continuare ad operare all’unisono: “questa è forse la lezione più importante che possiamo imparare da questa crisi”. Se riflettiamo sulle sue parole, non può sfuggire come questi ultimi decenni siano stati contrassegnati dalla nuova pratica dell’usa e getta, legata al settore dell’abbigliamento, ma applicabile a tutte le altre fette di mercato, in virtù dell’equazione imposta dai venditori, ma ancor prima dal comparto produttivo del ‘più vendo più guadagno’, quindi produco materiali facilmente deperibili e con una scadenza predefinita. Abiti buttati dopo una stagione, perché non più di moda o fatti di tessuti deperibili, elettrodomestici sostituti al primo guasto, anche per mancanza degli artigiani divenuti sempre più rari proprio in virtù dell’aggressività del mercato, sfociando in una compravendita compulsiva e bulimica, che ha fatto perdere di vista i veri valori della vita, il rispetto di noi stessi per come siamo davvero e non per come vorremo essere o far credere di essere. La smodata ricerca della performance nel mondo del lavoro, il mutare delle abitudini legate agli acquisti, influenzati in qualche modo anche dall’intervento dei fashion blogger, ha creato una società liquida, una realtà destrutturata in cui l’outfit ha svolto il ruolo di rappresentare valori ed identità personale, diventando, soprattutto tra i giovanissimi, indispensabile omologazione sociale, se si vuol essere accettati dal branco.

Con la distanza e le regole imposte, si è palesata la necessità di riscoprire il senso civico per il bene proprio e di tutti; siamo stati costretti a sostituire la distrazione legata alla fretta, con il ritmo delle giornate scandito dalla riorganizzazione delle nostre vite, degli affetti familiari, degli spazi delle abitazioni. Non è stato facile, ma il ritorno alle tradizioni familiari, giocare con i nostri bimbi senza l’intermediazione della baby sitter o dei nonni, ha creato da un lato le condizioni per conoscere più a fondo i propri figli, vizi e virtù, favorendo l’instaurarsi di quel legame profondo e complice che dovrebbe sempre esserci tra genitori e figli; dall’altro ci ha aiutato a ridimensionare le aspettative, ad accettare la condivisione degli spazi, ridisegnare le relazioni inter e intra familiari, comprendere finalmente quanto sia importante assaporare ciò che di buono la vita ci concede, riscoprendo le virtù della tolleranza della comprensione. Se all’inizio di questo strano periodo, che passerà alla storia come un periodo di grave crisi sociale ed economica che ha creato nelle persone senso di sbandamento e paura; se per la prima volta siamo stati costretti a fare un passo indietro rispetto alla natura che si è ripresa i suoi spazi, e ci siamo sentiti indifesi ed incapaci di modificare il presente, abbiamo anche imparato ad essere più genuini. La resilienza, insita in ognuno di noi, ha riscoperto nuove strade, alternative a quelle che eravamo abituati a percorrere; il dolore ha ceduto il passo alla necessità di un’esistenza vissuta e non evasa, rispolverando quei fondamenti dell’educazione e della tradizione che hanno portato anche alla scelta di una vita più sana, partendo proprio dall’elemento fondamentale della nostra vita: l’alimentazione.

Abbiamo riscoperto gli antichi sapori del pane fatto in casa, dei dolci, del maggior consumo di frutta e verdura e a coinvolto, nel processo di trasformazione degli ingredienti, i bambini che son stati protagonisti dei nostri esperimenti culinari, sbagliando ed imparando con noi ad aver fiducia in se stessi. In conclusione, definirei questo periodo come del tempo ritrovato, carico di emozioni e sensazioni alle quali da tempo non si dava più lo spazio necessario. Un modo per uscire da quella comfort zone, frenetica, dettata dal tempo scandito dagli obblighi quotidiani (il lavoro, la casa, la spesa, lo sport e tanto altro), ma anche delle relazioni fugaci, per andare incontro allo scorrere lento delle ore e della necessità di dialogare con gli ‘sconosciuti’ del nostro contesto familiare, che di punto in bianco ci siamo ritrovati a fianco ogni giorno, spesso in spazi diventati troppo piccoli per contenerci tutti insieme. Avremo vinto questa battaglia se, dopo questo periodo, la nostra memoria non dimenticherà quanto siano importanti i rapporti umani, il rispetto della natura, il saper essere se stessi anche senza un abito firmato, perché come diceva Saint Exupéry, nel ‘Piccolo principe’ “l’essenziale è invisibile agli occhi”.

 

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