Le guide turistiche: Tra proposte e nuove sfide

Marzo e Aprile sono stati due mesi di cambiamenti, ma anche di profonde e attente riflessioni. Ho dedicato il mio tempo di guida turistica – prima interamente impegnato tra sopralluoghi, mappature, escursioni e interazioni umane – ad interrogarmi sull’imminente possibile futuro e ho cominciato a farmi un’idea più chiara di come la situazione che stiamo vivendo possa influire sul futuro delle destinazioni turistiche e, di conseguenza, sul mio lavoro.

Quale sarà il futuro delle guide turistiche e il futuro dei nostri territori? In uno scenario prossimo in cui, verosimilmente, non solo si smetterà di viaggiare nelle lunghe distanze, ma si cambierà il modo stesso di approcciarsi al turismo, come saranno i turisti? Cosa si aspetteranno dal mercato e in che maniera il settore “tour & activities” – in crescita esponenziale nel 2019 – potrà ancora rappresentare un trend positivo nel turismo delle destinazioni?
Solo in Italia e in poco più di due mesi il Coronavirus ha messo in ginocchio il nostro sistema turistico che contribuisce circa al 13% del PIL nazionale; e quella delle guide è una tra le categorie più penalizzate dall’epidemia. Parliamo di circa 20.000 persone tra lavoratori autonomi e a contratto, che hanno subito e stanno subendo un drastico calo di lavoro, con cancellazioni continue di tour e visite guidate.

Come potrà essere, dunque, il mondo del turismo e dell’escursionismo ai tempi del Coronavirus? E in che modo le guide, anello importante della catena turistica, possono cogliere nuove opportunità di trasformazione e crescita?
In queste riflessioni mi hanno aiutato proprio loro, i turisti, a cui ho sottoposto un breve questionario, dal quale sono emerse delle considerazioni molto interessanti.
La stagione turistica che ci attende sembra essere profondamente diversa e porterà al delinearsi di scenari alquanto insoliti. Il turismo sta cambiando e cambierà ancora, almeno per un po’, e chiaramente sarà necessario adattarsi, sia come turisti sia come operatori. Si sta delineando sempre più l’idea di un turismo diverso, molto più attento e consapevole, giocato sulle brevi distanze e capace di risollevare le economie locali.
I nuovi viaggiatori saranno i cosiddetti “locals”, ovvero i residenti che alimentano il nostro turismo interno. La Sardegna gode già di un’alta incidenza per quanto riguarda il turismo di prossimità, partendo con un grande vantaggio dovuto ad un turismo interno già ampiamente radicato e caratterizzato da un marcato senso di appartenenza e fortemente identitario. In base ad un recente studio condotto da Demoskopika, i sardi, dopo i siciliani, sono la popolazione che compie più viaggi all’interno della propria regione. In base ai dati del 2017 e 2018, il 29,06% dei sardi, infatti, vanta un elevato livello di appartenenza turistica, che si traduce nella capacità dei residenti di generare reddito in chiave turistica all’interno della propria regione. Si stima, quindi, che il turismo di prossimità faccia aumentare questo dato in maniera significativa, permettendo di recuperare buona parte del restante bacino turistico.
Si tratta, quindi, di un’opportunità importante di crescita e sviluppo nella quale investire, sperimentare e crescere, ridisegnando i confini di un turismo diverso. Un turismo che ci porterà sempre più a riscoprire le nostre eccellenze culturali, naturalistiche ed eno-gastronomiche, apprezzando i luoghi che ci circondano e, perchè no, perfino a migliorarli in termini di servizi.

Chi dice che viaggiare significa soltanto raggiungere mete lontane? Chi dice che solo prendendo una nave o un aereo si può conoscere qualcosa di diverso?
Ecco, è questo quello che dobbiamo fare. Smettiamo di pensare al turismo di prossimità come ad un limite e cominciamo a vederlo, invece, come un modo per scoprire noi stessi proprio a partire dalla dimensione nella quale siamo nati e cresciuti, nonchè un’occasione per migliorare la nostra offerta. Non solo diventeremo operatori efficienti, ma formeremo turisti responsabili.
In base al mio sondaggio, l’83,7% dei viaggiatori hanno risentito della chiusura dei musei e dei siti di interesse culturale come modalità di svago e, tra questi, il 96,9% ha sentito la mancanza di partecipare ad un’escursione o un’attività in compagnia di una guida. Il 98,9% crede nel turismo di prossimità e, tra questi, il 78% crede sia un modo efficace per favorire la ripresa dell’economia locale.

Come guide, quindi, dobbiamo strutturare nuove esperienze di svago che siano capaci di stimolare l’interesse dei nostri ospiti, facendo leva non solo sulla voglia di riscoperta autentica delle radici e dell’identità di luogo, ma anche sull’eccellenza del nostro patrimonio, che offre svariate possibilità di costruire esperienze diverse ed esclusive.
Si tornerà, inoltre, alla dimensione del piccolo gruppo, che, secondo il 75,6% delle persone, permetterà di vivere esperienze in totale sicurezza, mantenendo il giusto distanziamento sociale e al tempo stesso poter beneficiare di un’esperienza esclusiva e maggiormente immersiva. Questo potrebbe valere sia nel caso di attività all’aria aperta che all’interno di luoghi chiusi quali chiese, musei o aree archeologiche sotterranee. Questo, probabilmente, comporterà la segmentazione di tour e attività secondo un calendario scandito in face orarie differenti, in modo da poter garantire la partecipazione ad esperienze riservate a poche persone per volta, con la percezione di maggior sicurezza. Occorre dunque guardare al piccolo gruppo come un’opportunità e non come un limite, per due ragioni molto semplici: conoscere meglio i nostri clienti e creare per loro tour e attività personalizzati che rispondano pienamente alle loro esigenze. Insomma, prendendo in prestito le parole di Marcel Proust, il segreto di ogni prossimo viaggio di scoperta sarà non tanto muoversi oltre i confini che consentano di vedere “nuovi paesaggi”, ma far osservare gli stessi orizzonti con “nuovi occhi”. Una nuova sfida, forse la più complessa, alla quale, però, non possiamo sottrarci!

 

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