Mappa provvisoria per il presente

Per un intervallo, quasi un lampo di grazia, abbiamo potuto fissare lo sguardo sullo specchio appannato della realtà, superficie che per definizione vieta di scrutare nel suo fondo. Ci è toccata la ventura dell’Islandese leopardiano, ricordate le Operette morali? È il racconto disincantato di un viaggiatore islandese che nell’Africa subsahariana si imbatte in una “forma smisurata di donna seduta in terra […]; di volto mezzo tra bello e terribile”: quella era la Natura, tratteggiata come gigante, emblema di potenza, serenità e terrore. Proprio lui che l’aveva sempre fuggita, reputandola “nemica scoperta degli uomini”, adesso si ritrova al suo cospetto e può guardarla in faccia.

Alcuni non hanno dubbi: siamo stati toccati dalla più repentina frattura degli ultimi decenni. Si è abbattuta come scossa tellurica e ha stravolto l’ordinario delle nostre vite, corrodendo quel fondamento cui non facevamo ormai più caso. C’è però anche chi non crede all’impatto perturbante di fenomeni simili. Come se non lasciassero tracce nell’immaginario, nell’idea di spazio e di tempo, nelle relazioni. Non mi sono mai piaciute le semplificazioni, diffidando di chi tenta di risolvere la complessità in tracciati schematici e rigidi. Infatti la storia stessa ci mostra quanto episodi banali, addirittura minimi, abbiano radicalmente mutato la vita degli uomini: l’invenzione della bussola, della stampa, della polvere da sparo. Nel marcato senso di disorientamento che l’emergenza sanitaria ha suscitato, ho cercato di fissare nuovi punti cardinali per potermi orientare. Persuaso che ogni crisi costituisca un’occasione preziosa piuttosto che un limite insuperabile, ho fatto tesoro dell’instabilità, dell’incertezza, della paura. E l’occasione è stata preziosa quanto altre mai.

È fisiologico che non si riesca a intravedere i fili, la trama capillare della realtà in cui siamo immersi. Come se cercassimo di distinguere il sapore della nostra saliva. Ma la sottrazione limitante messa in atto ha liberato il campo dalle forze che la offuscano. Ce lo ha insegnato un filosofo, Martin Heidegger: iniziamo a ponderare l’essenza di qualcosa quando quel qualcosa viene a mancare o quando non lo troviamo nel luogo dove “è sempre stato”.

Ed ecco il contraccolpo: precocemente mi sono sentito nauseato dalla constatazione di poter agire soltanto come un consumatore. Era un’evidenza fastidiosissima: ci si poteva spostare solo per comprare. D’altronde eravamo in una emergenza. Il lato problematico è infatti un altro: anche prima dell’isolamento, in numerosissime occasioni, mi sono comportato semplicemente come un consumatore. In quel frangente ho provato reale raccapriccio, a cascata ne è derivata una sensazione di aridità e di svuotamento di senso, perché trovo che sia assurdo vivere sopravvivendo, limitandosi a consumare beni superflui con voracità. Su questi aspetti ha scritto diffusamente e con profondità Zygmunt Bauman (morto nel gennaio 2017) e non pretendo di farne un riassunto ad uso pratico. Tuttavia, sperimentare l’eccezionalità del lockdown, senza entrare nel merito della sua gestione, credo abbia reso evidente a un più vasto numero di persone la portata della sua riflessione sociologica. Credo abbia imposto a tutti l’urgenza, nell’orizzonte della riflessione umanistica, di intervenire su un sistema produttivo così – non temo a dirlo – pericolosamente insidioso.  Perché illude di poter scegliere, ma limita la stessa libertà di scelta, rendendoci anzi incapaci di scegliere. Promette soddisfacimento dei bisogni e felicità, invece colma di frustrazioni, di piaceri degradanti, innaturali. Elimina l’idea di passato e di futuro, concentrando tutto nel presente: ci priva di memoria e ci sommerge di oblio.

Dunque che cosa resta da fare dopo aver sbirciato nel fondo di questo specchio offuscato? Innanzitutto destarsi dal torpore, evitando di cadere nelle trappole della routine. Rompere la catena delle abitudini, illuminare le singole azioni, soprattutto quelle più immediate. È un compito impegnativo e faticoso, da compiersi quotidianamente, per capire quanto scegliamo e quanto invece subiamo,  quanto “siamo scelti”. Il tema della scelta è proprio quello che sta al cuore del discorso del consumismo. Da lì parte la possibilità di sganciarsi dalle compulsioni e costituirsi una mappa di senso per resistere in mezzo a queste nostre vite di corsa, legate all’impulsività del momento, per recuperare la possibilità di distinguere l’essenziale dal superfluo. In una cultura dell’effimero come la nostra, diventa necessario costruirsi un’identità forte, elaborare un progetto di vita saldo nei suoi fondamenti. Perché lo scenario intorno a noi muta velocemente e quindi la mappa va modificata di tanto in tanto. Pena la costrizione a vivere una perpetua dittatura del presente, con una irrimediabile perdita di libertà.

 

 

In foto il Sociologo e Filosofo Zygmunt Bauman

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