Infezione da Covid-19: Infortunio sul lavoro e rischi per il datore di lavoro

 

Sapevi che l’infezione da Covid-19 contratta dal lavoratore sul luogo di lavoro rientra nella categoria dell’infortunio sul lavoro?

Questa qualificazione, risultante dal Decreto “Cura Italia” di marzo e fornita dall’Inail con apposita circolare, non fa altro che confermare l’orientamento giurisprudenziale consolidatosi nel tempo, secondo cui la causa virulenta è equiparata alla causa violenta. In realtà, bisogna precisare che quella da Covid-19 – trattandosi di pandemia mondiale – presenta delle caratteristiche particolari rispetto ad altre infezioni morbose. La sua ampia diffusione, soprattutto in alcune zone del nostro Paese, renderebbe infatti impossibile stabilire con certezza in quale occasione un lavoratore possa essere entrato in contatto con la malattia. Per tale ragione l’Inail ha suddiviso i lavoratori in due categorie: nella prima ha inserito quelli esposti ad elevato rischio sanitario (operatori sanitari e tutti coloro che si trovano costantemente a contatto col pubblico), nella seconda tutti gli altri. In relazione alla prima categoria, stante l’elevato rischio di contagio, vale il principio di presunzione semplice di esposizione professionale. Per il lavoratore sarà quindi decisamente più semplice ottenere il riconoscimento di infortunio sul lavoro e il conseguente indennizzo Inail. Negli altri casi si applicherà, invece, l’ordinaria procedura di accertamento medico-legale. Devi sapere che l’infezione da Covid-19 riceve la copertura Inail anche quando il contagio si verifica durante il normale percorso di andata e ritorno dalla propria abitazione al luogo di lavoro. In questo caso è equiparata a quello che viene definito abitualmente come “infortunio in itinere”. In tutti questi casi, il datore di lavoro deve procedere alla comunicazione di infortunio e il medico certificatore che ha fornito la prima assistenza deve trasmettere all’Inail il certificato di infortunio.

Chiariti questi aspetti, è altresì essenziale evidenziare – seppure molto sinteticamente – l’importanza del rispetto, da parte del datore di lavoro, di tutti i protocolli di sicurezza. È essenziale perché in caso di contagio del lavoratore avvenuto nelle situazioni sopra descritte, se vi sono state delle omissioni in ordine alle misure di sicurezza, le conseguenze per il datore di lavoro possono essere pesantissime. Si va dalla possibile integrazione di delitti come quelli di lesioni personali colpose e, nelle peggiori delle ipotesi, di omicidio colposo. In verità, anche la sola violazione delle norme antinfortunistiche costituisce reato (di natura contravvenzionale). Non soltanto: alla società potrebbe anche essere contestata la responsabilità amministrativa degli enti, con conseguente applicazione di sanzioni interdittive e pecuniarie (che in caso di omicidio colposo, possono arrivare fino a 1,5 milioni di euro). In ipotesi di responsabilità del datore di lavoro, poi, l’Inail potrebbe proporre nei suoi confronti la cosiddetta azione di regresso. Potrebbe, cioè, rivalersi su di lui per ottenere tutte le somme pagate al lavoratore a titolo di indennizzo. Il lavoratore, infine, ha il diritto di agire in sede civile per richiedere il cosiddetto danno differenziale, ovvero per ottenere la differenza tra l’intero danno subito (patrimoniale e non patrimoniale) e quanto già ricevuto dall’Inail.

 

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