Orgosolo ricorda il martirio della Beata Antonia Mesina

… Infines sias bennina

Hin totu sas creaturas.

Proteze da isventuras

E perfida malinna.

E sias de sa Sardinna

Sa protetora e reìna.

Illumina sos terrenos

Tu’ Antonia Mesina.

Giovanni Pira, poeta orgolese

 

Il 21 giugno 1919, in un piccolo paese della Barbagia, nascesti tu, Antonia Mesina.

Eri sempre stata una bambina gracile e di questo babbo Agostino e mamma Grazia ne erano consapevoli. Nonostante le diverse malattie, crescesti sana e robusta.

Raggiunta la maturità, prendesti la decisione di unirti all’Azione cattolica come “beniamina”, divenendo socia “effettiva” dal 1934 al 1935, anno della tua morte. Frequentasti le scuole elementari fermandoti ai primi anni per dedicare maggior tempo nelle faccende domestiche, accanto a tua madre. Questo limitò la tua frequenza nell’Azione cattolica.

Tutto cambiò il 17 maggio 1935.

Come sempre, partecipasti presto alla messa del mese mariano, recandoti subito dopo nella vicina campagna per raccogliere legna necessaria per la panificazione. Lungo la strada, verso i boschi di proprietà comune dei compaesani, incontrasti una tua amica vicina di casa, Annedda, che, in seguito, divenne anche la più importante testimone dei fatti.

Veniste sorpassate da un giovanotto di cui perdeste le tracce. Senza farci caso, giungeste in un punto della campagna colmo di legna secca, pronte per raccoglierla e riunirla in fascine. Eravate distanti poche decine di metri quando Annedda udì la tua voce disperata: «Babbo! Babbo! Annedda! Annedda!»

La ragazza si voltò verso quel richiamo e vide il momento in cui venisti assalita dallo stesso giovane di prima. Quest’ultimo ti afferrò con forza per i capelli e trascinandoti per nove metri, fino ad alcuni cespugli, tentò di strapparti i vestiti e di violare il tuo corpo.

La resistenza dimostrata impedì la violenza sessuale, ma scatenò ulteriormente la sua furia: con altri violenti colpi di pietra sul capo pose fine alla tua vita.

Quando venne ritrovato, il cadavere era in condizioni orrende: settantaquattro ferite. Il viso, un tempo fresco e sorridente, venne sfigurato, rendendoti irriconoscibile. L’autopsia non rivelò tracce di violenza carnale.

Per questo motivo, tutti i compaesani ti considerarono subito martire della purezza.

I funerali riuscirono un trionfo. Fosti inumata nel cimitero di Orgosolo, ma, il 26 febbraio 1939, grazie ad Annida Barelli, le tue spoglie furono collocate in una nuova cassa e deposte sotto il monumento eretto in tuo onore nello stesso cimitero. Dal 1983 le tue reliquie vennero venerate nella chiesa di San Salvatore.

Il suo martirio è anzitutto il punto di arrivo di una dedizione umile e gioiosa alla vita della sua numerosa famiglia: è stato il suo sì costante al servizio nascosto in casa che l’ha preparata ad un sì totale. Sin da piccola – erano gli anni del primo dopoguerra – Antonia ha sperimentato la durezza della sua terra e la generosità della sua gente; guidata dai genitori, dalla maestra e dal parroco, si è aperta con coraggio ai valori della vita e della fede; in particolare, alla scuola della Gioventù Femminile di Azione Cattolica, ha posto in profondità le radici umane e cristiane del suo desiderio di purezza e di donazione.

Giovanni Paolo II durante la beatificazione della Mesina, il 4 ottobre 1987, dopo aver riconosciuto il martirio l’8 maggio 1987.

Da allora, ogni 17 maggio, l’intero paese, spinto da una fede incrollabile, si riunisce per iniziare un lungo pellegrinaggio, che si snoda tra le vie principali del paese, trasportando le tue spoglie. Ad ogni tappa, centinaia di fedeli si avvicinano: volti rigati da lacrime, anziane signore chinano il capo, recitando mute preghiere.

I vessilli in tuo onore fanno capolino, mentre il corteo, costituito da religiosi, orgolesi e numerosi pellegrini giunge a Ovadduthai, il luogo del martirio. Qui, giace una croce in pietra: «Antonia Mesina, pura e forte». In questo luogo, viene officiata una semplice messa, un rito a cui nessuno rinuncia per rendere lode alla figlia di Orgosolo, dai saldi principi che mai tramonteranno.

Non molto distante da Ovadduthai, immersa dalle ampie e folte chiome di lecci e querceti, si trova la campagna di Sant’Antiolhu. Immersa nella sacralità più assoluta, la festa religiosa è accompagnata da un pranzo comunitario organizzato dal comitato cittadino, che si svolge quasi sempre la domenica.

Una moltitudine di partecipanti, dai visi rilassati e sorridenti assaporano le pietanze preparate per l’occasione: carne arrosto, patate in cappotto, spianate. File interminabili di pecore, perfettamente infilate nello spiedo, pentoloni di ogni forma sparsi sotto la tettoia. Antichi sapori e profumi fusi in un’unione armonica, che coinvolge tutti, tanto da restarne incantati. È come tornare indietro nel tempo, quando la vita era semplice e tutto ruotava alla comunità.

Non è un semplice pranzo. È un omaggio, una commemorazione nata dal desiderio di un’intera comunità di celebrare la propria devozione nei confronti di una donna che ha sacrificato sé stessa per proteggere la sua purezza e innocenza.

Vedere ancora oggi le tradizioni portate avanti aumenta quell’orgoglio di un paese attaccato alla storia, alle origini.

Orgosolo non è il paese del banditismo, come la maggior parte delle persone crede. È un luogo in cui cultura, fede e ospitalità si fondono.

 

 

Foto tratta dalla pagina Facebook della Beata 

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