Quel 1° maggio 1943

Il sibilo della sirena. La corsa frenetica. Il respiro in affanno. Una densa coltre di polvere. Rombi assordanti e boati incessanti riecheggiavano ovunque.

La terra tremava. I palazzi crollavano su sé stessi, mentre grida disumane si fondevano in un concerto di morte e distruzione. Non era un incubo. Le scarne pareti attraversate da profondi solchi, la debole fiamma di una candela ormai quasi del tutto consumata erano gli unici testimoni di un’atroce realtà.

 

Un pesante silenzio permeava tra quelle esili mura. Più fragoroso dei bombardamenti. Una breve pausa per riprendere fiato, per calmare i tremiti della paura. Abbandonasti l’improvvisato giaciglio, avvicinandoti con cautela a quella che un tempo era la finestra. Tutto ciò a cui tenevi venne spazzato via. La città prima fiorente e pullulante si era trasformata in luogo dimenticato da Dio, ridotto ad ammassi di macerie e scheletri di cemento. Giorno e notte pregavi affinché quell’inferno terminasse. Eppure, tutto riprendeva da capo, come un disco interrotto. Lì, nella solitudine, aggrappato a vane illusioni, divoravi le briciole di un pane raffermo, raccattato in una panetteria qualche giorno prima. D’improvviso, sentisti dei rumori provenire dalla via sottostante. Che fossero i nemici? Preso dal terrore, spegnesti l’unica fonte di illuminazione. Teso, bloccato, senza via di uscita. Cosa ne sarebbe stato di te? Uno, due, tre… dieci. Ciò che osservasti da quel piccolo spiraglio ti riempì il cuore. Un camioncino si faceva largo tra quelli che un tempo erano costruzioni imponenti, dimore antiche, negozi, chiese. Ma non era un mezzo di fortuna qualunque. Esso rappresentava una scintilla, la fede incrollabile, una spinta in grado risollevare anche gli animi più spenti. La muta supplica così tanto invocata venne incarnata nella statua di colui che secoli prima liberò Cagliari dalla piaga della peste, facendo un voto e chiedendo la sua intercessione affinché la diffusione della malattia si fermasse.

L’eco di una nuova speranza si era diffuso per le vie della città. Una nuova alba stava per sorgere e rischiarare i cuori dei fedeli che, abbandonato il timore iniziale, fecero capolino dai rifugi sparsi pur di assistere al passaggio di Sant’Efisio. Scappasti dal tuo nascondiglio per unirti al silenzioso corteo. Ufficiali, alte cariche, donne, uomini e bambini spogliati di tutto. E mentre la processione avanzava passo dopo passo, notasti lo stupore, i segni sui volti stanchi e rigati dalle lacrime, anziane signore ferme sulle soglie delle loro case con le mani giunte. Migliaia di mani allungate verso il Santo. Un semplice tocco, carico di emozioni, alla ricerca di un piccolo conforto. In un clima di devastazione e desolazione, risuona la devozione di un popolo messo in ginocchio, il cui animo e la cui fede non erano stati spezzati. Un sentimento di forza, di unità in grado di andare al di là di qualsiasi difficoltà. E oggi, come allora, con quegli stessi sentimenti, ci affidiamo a Sant’Efisi, affinché il male contro cui stiamo combattendo possa essere sconfitto. In un mondo così martoriato, possa rinascere una nuova consapevolezza, un nuovo modo di vedere e affrontare la vita, con serenità e semplicità, abbandonando i vecchi schemi mentali.

 

De Casteddu appassionau

Sempri siais difensori Sighei a essiri intercessori,

Efis Martiri sagrau.

 

 

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