Beethoven, il titano che illumina il nostro presente

Nel 250° anniversario dalla nascita, l’insegnamento fertilissimo del genio di Bonn

 

È incredibilmente folto il numero di titoli del suo catalogo che lo ha consegnato alla storia della musica come uno dei più geniali compositori. Rendendolo noto in tutto il mondo, dall’estremo Oriente alle Americhe. Tre su tutti, con personale parsimonia: la Sonata per pianoforte e violino in La maggiore n. 9, op. 47 “a Kreutzer”; la Sonata per pianoforte n. 23 in fa minore, op. 57 “Appassionata”; la Sinfonia n. 9 in re minore per soli, coro e orchestra op. 125. La grandezza di Beethoven, soprattutto dopo la sua scomparsa, non è mai stata posta in discussione e sono realmente impressionanti i numeri legati alla sua perdurante fortuna: incisioni, studi, presenza nei programmi delle stagioni teatrali, per fare alcuni esempi concreti. Pur con la cautela che l’uso di tali cifre comporta, esse sono davvero eloquenti. Anche nella loro cruda sinteticità.

Il 16 dicembre 2020 cadrà il 250° anniversario esatto della nascita di questo titano della musica occidentale. Ma, in mezzo alla crisi globale che stiamo attraversando e al riparo dal culto mondano, anzi modaiolo degli anniversari – ancora tristemente diffuso –, che significato può avere oggi celebrarne uno beethoveniano? Non è superfluo dedicare attenzione a un autore così conosciuto e apprezzato? In fondo, è un dato di fatto: la sua musica si suona ovunque. E continuerà ad essere eseguita, anche senza bisogno di ricorrenze. Inoltre ricordare e festeggiarne la nascita non può semplicemente ridursi ad organizzare festival e concerti in suo onore.

Partiamo dal principio, riflettiamo sulla parola ricordare, col soccorso dell’etimologia del verbo: il latino recordare contiene il sostantivo cor, cordis (“cuore”, sede della memoria per gli antichi) e significa “riportare nel cuore”. Il ricordo richiama qualcosa che non è più o che perlomeno non è adesso, non è qui. Tornando nel cuore può rivivere, essere concretezza di sentimento e ragione, esperienza viva. Il gesto implica perciò la possibilità di consultare il passato, di interrogarlo, di appropriarsene. Questo è il senso più autentico, questo il motivo per cui un anniversario può finalmente smettere di essere un evento pop e divenir occasione di crescita e di conoscenza. Tutto questo, vedrete, è intrinsecamente beethoveniano.

Non c’è infatti compositore che più di lui abbia saputo suscitare curiosità e produrre stimoli agonistici nell’ascoltatore, sbaragliandone l’orizzonte di attesa e le aspettative, intensificandone la percezione fisica. Nessuno ha dimostrato una così tenace capacità interrogante: Beethoven si è rivolto agli uomini, di allora e di sempre, investigando il presente e coltivando l’eredità del passato vicino e lontano. Ha disseminato in ogni sua opera domande e problemi, suggerendo risposte, mostrando come da una situazione di conflitto si possa giungere alla pacificazione, superando imprevisti e avversità. Evidenziando i passaggi più difficili, necessari per pervenire a una sintesi lucida e consapevole, alta. In ciò egli è stato un vero erede dell’Illuminismo, molto più di Haydn, forse anche di Mozart. Ecco la ragione della sua imperitura modernità: se è vero che le domande che ha posto non cambiano, è ben più importante e straordinario che le risposte invece possano mutare e che continuino a rinnovarsi nel corso degli anni. Ognuno può trovare la propria risposta, permettendo così alla sua musica di attraversare i secoli secondo un moto incessante di trasformazione e rigenerazione. Rendendola sempre attuale, sempre contemporanea.

Beethoven ha lottato coraggiosamente per tutta la vita contro le infelicità, sia fisiche che spirituali. È stato un uomo di eccezionale sensibilità, che ha creduto fortemente nell’ideale morale della libertà umana. Ha ricercato con instancabile ostinazione verità e bellezza, attraverso l’analisi del presente e lo studio del passato, della storia. Ricordarlo serve a riappropriarsi di questo suo atteggiamento problematico, prezioso tanto quanto la sua eredità artistica. Perciò ricondurlo nel nostro cuore sarà come apprenderne l’insegnamento profondo: riconoscersi in lui come uomini e ritrovarsi nel suo percorso, capendo che le difficoltà e le paure del presente si vincono con le armi della conoscenza, con la bellezza. Specie quando dinanzi ai nostri occhi si addensano sempre più fitte e insidiose le nebbie della superstizione.

 

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