Un viaggio nell’arte contemporanea: Per l’amor di Dio!

Se finora ci siamo “divertiti” ad osservare gli artisti contemporanei nelle loro stranezze, nelle loro intuizioni, nel loro modo di irrompere sulla scena artistica e troncare col passato, a questo punto siamo in grado di fare un passo in avanti. E’ giunto il momento di entrare nella mente di alcuni artisti, che sono considerati maestri assoluti o per meglio dire “mostri sacri” nel panorama dell’arte contemporanea. Affianchiamoci ad un bravo psicanalista e proviamo a capire cosa brulica nella mente creativa di queste persone extra ordinarie. Non possiamo che cominciare con colui che ha reso uno squalo tigre in formaldeide l’opera d’arte più ambita e costosa dei nostri temi. Uno squalo tigre in formaldeide? Proprio così. Lui si chiama Damien Hirst il suo linguaggio è una tensione continua tra il tabù della morte e l’ironia della vita. E’ uno dei pochissimi artisti contemporanei che attraversa il tema della morte e del dolore, in una società dove morte e dolore sembrano dimenticati, come se non ci appartenessero. In un’era dove l’uomo si mostra sempre in salute, sempre in vacanza, perennemente abbronzato, eternamente giovane, Hirst irrompe e pone dinnanzi ai nostri occhi la paura più atavica dell’uomo: la morte. I suoi animali morti, mostrati aperti, in putrefazione, sott’aceto, in teche di vetro piene di formaldeide, hanno lo stesso effetto che nel ‘600 ebbe il bue squartato di Rembrandt, un effetto ripugnante ma attrattivo allo stesso tempo. Tutto il lavoro di Hirst è la descrizione di una sensazione, della con-fusione del concetto di vita e morte, animali squartati (cacciandosi nei guai con le associazioni animaliste) ricostruzione di farmacie, ossessione per i farmaci e la loro bellezza estetica, scheletri, farfalle dalle ali strappate, mosche morte e vive. Le sue opere sono centrate sull’unica riflessione possibile ovvero “l’impossibilità fisica della morte nella mente di un vivo”. Filosofo artista oppure cialtrone? Al momento il suo squalo è stato venduto a dodici milioni di dollari. I titoli delle opere di Hirst sono sempre molto esplicativi del suo lavoro, sono complessi e contorti, fanno da leva per la comprensione dell’opera. E’ un artista che va studiato, seguito, tra le feroci critiche degli esperti, che gli negano qualsiasi valore artistico, che si soffermano esclusivamente sull’elemento della crudeltà senza motivo su animali e insetti. Per la maggior parte Hirst è un profeta. Oltre ad essere diventato con i suoi “pallini colorati” icona pop britannica ha dirottato la riflessione sulla verità dell’essere umano, la verità che non siamo immortali, che la vita ingannata dal gioco, è continuo decadimento, verità in contrasto con i nuovi idoli, le nuove fedi, i nuovi santuari rappresentati dalla medicina estetica, dalle creme antirughe, dai rimedi per apparire giovani, dalle cliniche della bellezza, dai lifting, dal botox. Diventiamo noi stessi creature morte in formaldeide. Nell’arte di Damien Hirst si cela tutta la voglia di vivere del fanciullino che è in noi, e tutto il timore di morire dei vecchi. Lo spazio che si crea mettendo l’uno accanto all’altro diventa lo scaldalo, lo scherzo, il gioco perfido, l’inganno più grande che chiamiamo VITA. Le opere di questo artista rappresentano perfettamente quanto appena affermato perché come la vita umana, queste, non si possono completamente possedere, sono per natura destinate alla corruzione, alla decomposizione. L’arte e l’artista giocano con la morte e le paure ad essa legate. Famosissima è l’opera For the love of god (Per l’amor di Dio), scultura del 2007, un teschio umano fuso in platino arricchito da 8601 diamanti con un diamante a goccia di colore rosa incastonato sulla fronte del teschio. Opera provocatoria. Il titolo richiama una frase che la madre dell’artista ripeteva spesso quando era bambino, e che lo ha segnato molto nel suo immaginifico. Il teschio diamantato, prezioso, luccicante, esorcizza la bruttezza dell’uomo scheletro, spesso usato per rappresentare la morte nell’arte sacra (arte medievale), in Hirst il teschio diviene elemento di vanità, di sfida, di celebrazione della morte come processo inarrestabile e per questo da ironizzare, da sublimare. Il teschio gioiello annulla la tristezza delle nature morte del passato, tristi e lacrimose, e annuncia la gloria di una morte che accompagna l’uomo illuso nella sua vanitas. Il teschio diventerà ben presto ornamento decorativo nell’abbigliamento, sulle borse, nell’oggettistica, nella gioiellerie. Fateci caso! Probabilmente è entrato anche nel vostro armadio. Ancora una volta per Damien Hirst l’obiettivo è stato raggiunto.

 

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