La Settimana Santa a Cagliari

Sa Chida Santa – la Settimana Santa – si estende dal venerdì di Passione, che precede la Domenica delle Palme, al venerdì Santo, che precede invece la Domenica di Pasqua. Tutta l’isola si impegna a portare avanti antiche tradizioni rituali che, da parte a parte, assumono connotazioni squisitamente locali, pur mescolandosi con quelle ereditate da oltre quattro secoli di dominazione spagnola: Cagliari, Iglesias, Alghero, Sassari, Castelsardo, Santulussurgiu sono alcuni tra i più importanti centri legati ai riti della Settimana Santa. Molti viaggiatori che visitarono la Sardegna nell’Ottocento rimasero favorevolmente colpiti dalle tradizioni e dal folklore legati a “Sa Pasca Manna” – la Pasqua – che ancora oggi rappresentano una preziosa risorsa culturale da valorizzare e salvaguardare. In particolare, nel 1834, lo scrittore Paul Valery scriveva che Cagliari era come “una piccola Siviglia”, città che meglio esprime i riti e le tradizioni della “Semana Santa”.

A curare i riti, oggi come allora, sono le Confraternite, molte delle quali risalgono anche al XVI secolo. Nella sola Siviglia se ne contano oltre cinquanta, a Cagliari ne esistono quattro, equamente distribuite tra i quartieri storici Stampace e Villanova. Qui i riti si aprono il venerdì di Passione con la “Via Crucis” e l’uscita dei cosiddetti “Misteri”: sette simulacri lignei realizzati a partire dal 1758 dallo scultore sardo Giuseppe Antonio Lonis che rappresentano i principali momenti della Passione di Cristo e fanno tappa nelle sette chiese dei quattro quartieri storici cagliaritani. Di questi sette simulacri, sei raffigurano Cristo durante l’Agonia nell’orto, la Cattura, la Flagellazione, la Coronazione di spine, il Viaggio al Calvario e la Crocifissione. Una sola, invece, rappresenta la Madonna Addolorata. È proprio quest’ultimo simulacro ad entrare in scena per primo, nell’impegnativa fase preparatoria che prelude il corteo e che si apre il lunedì precedente alla Domenica delle Palme. In ciascuna chiesa entra un simulacro, secondo l’ordine cronologico della Passione, per una visita al Santissimo accompagnata da una breve meditazione e il canto di un inno. Il simulacro viene sempre accompagnato all’interno dell’edificio da quello dell’Addolorata, mentre gli altri sostano all’esterno consentendo ai portatori qualche minuto di riposo. Il corteo è aperto da “s’andadori” il messo della confraternita titolare, preceduto da uno o più tamburini. Segue, affiancata da due portatori, la “croce dei misteri” o “degli attrezzi”, in origine lugubre insegna delle compagnie di penitenti o flagellanti. Seguono poi i vari gruppi statuari, che i confratelli si caricano a spalla montati su speciali portantine. Infine un ultimo drappello di confratelli, guidato personalmente dal priore, chiude il corteo con la statua della Madonna Addolorata. Oltre alla processione dei “Misteri”, un altro rito importantissimo e molto sentito è quello de “S’incravamentu”, la Crocefissione, portato avanti soprattutto dall’arciconfraternita della Solitudine nella Chiesa di San Giovanni. Qui la grande statua lignea di Cristo con gli arti snodabili viene prelevata dalla cappella laterale ed inchiodata alla croce in posizione orizzontale. Il simulacro viene poi ricoperto con un bendaggio di cotone profumato che poco dopo viene tolto e distribuito ai fedeli. In maniera totalmente anacronistica, ma rispondendo ad esigenze logistiche, quindi, si saltano sia l’innalzamento della Croce sia la Deposizione. Il Cristo ancora crocefisso e in posizione orizzontale diviene poi l’oggetto di una veglia funebre da parte dei fedeli, che ne circondano il simulacro e portano lumi, fiori e “nenniris” (le caratteristiche piantine di grano fatte germogliare al buio). La veglia dura per tutta la notte, ricalcando la tradizione sarda in cui il morto veniva disteso sul tavolo e i parenti ne vegliavano “su monumentu”, cioè la tomba. Il giorno seguente, il venerdì santo, il pesante crocefisso viene trasportato in Cattedrale, creando un rito totalmente nuovo ed ugualmente anacronistico che unisce l’innalzamento della Croce al trasporto del Cristo morto. Secondo i Vangeli, infatti, la successione degli eventi che seguono la crocefissione sono, nell’ordine: la Deposizione, il Trasporto al sepolcro, la Sepoltura e il Compianto, che avvengono nello stesso giorno, il venerdì santo. Evidentemente, però, la loro messa in scena richiedeva tempi e spazi adeguati. Pertanto, col passare del tempo, si è venuto a codificare un rito più snello e semplice, il quale suddivide gli eventi in due giornate diverse: il giovedì santo e il venerdì santo. Una volta raggiunta la Cattedrale, il pesante crocefisso viene issato sopra il presbiterio ed esposto alla venerazione dei fedeli.

Il Sabato Santo, invece, è dedicato al celebre rito de “Su Sclavamentu”, cui segue “S’Interru”, ovvero la Deposizione e il Seppellimento. Il grande simulacro snodabile di Cristo viene schiodato dalla croce, posizionata orizzontalmente sui gradini del presbiterio, e posizionato su una lettiga, che rimane al centro dell’aula per qualche ora esposto alla venerazione dei fedeli. Dopo alcune ore da “Su Sclavamentu” segue la processione di ritorno a Villanova, meglio nota come “S’Interru”. Alcuni confratelli della Solitudine, dopo aver portato il simulacro dell’Addolorata in Cattedrale, cominciano la discesa verso Villanova. Seguono l’Addolorata il Cristo deposto sulla lettiga e la pesante croce. Durante la stessa notte si preparano i simulacri del Cristo risorto e della Madonna nuovamente vestita a festa per predisporre l’ultimo rito, quello della domenica di Pasqua, che propone “S’Incontru”, l’incronto tra Maria e Gesù. Curioso che questo fatto, non riportato nei Vangeli sinottici ma solo negli apocrifi, sia diventato uno tra i riti più sentiti, mantenendosi vivo in tutti i centri dell’isola.

 

 

Foto di Marco Sanna

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