Arte Contemporanea: Quanto mi piace il Whisky

Dai baffi alla Gioconda ai tagli sulla tela, abbiamo imparato ad apprezzare anche questo tipo di arte, abbiamo accettato il tentativo di rompere col passato, con la pittura e la scultura accademica, rigida, tecnicista… ci siamo presi del tempo per capire, per trovare il coraggio di chiamare Arte questo Nuovo che avanza, fuori dal concetto di esteticamente bello ma dentro il concetto stesso di bello. Ora facciamo un bel respiro ed entriamo, usando l’immaginazione, in un baraccone di lamiera, una stalla atelier negli Hamptons (Long Island) degli anni 50 del novecento, verremo travolti da una forza mistica, da una violenza primordiale, da una rabbia energetica dettata dagli eccessi dell’alcol. Siamo difronte a lui, Jackson Pollock. Un maledetto, un rude, un ubriacone, un rozzo, ma siamo difronte al più grande artista americano del XX secolo. Lui ancora non lo sa, ma la sua tela chiamata n.5 verrà venduta per 140 milioni di dollari. Ma come è possibile? Cosa rende così preziose le tele di Pollock? Siamo sempre dentro il capannone, se voltiamo lo sguardo a terra noteremo certamente che i nostri piedi sono proprio “dentro, sopra, all’interno di una tela”. Non serve spostarsi, assolutamente! E’ questo il genio di Pollock, essere riuscito ad entrarci in quella tela. Gettati via cavalletti e tavolozze, sgabelli e tavolini, la tela diventa supporto di se stessa, il pennello obsoleto, è il corpo a sostituirlo. Pollock ha inventato la pittura d’azione. La cosiddetta Action Painting. Ci si può innamorare del colore che gocciola? Del colore che schizza sulla tela con forza e che si imprime con così tanta energia da immortalarne nel segno casuale la traiettoria? Qui non conta il risultato, o forse anche quello, conta certamente il gesto, il segno, il movimento impulsivo, ordinato dal cervello ai nervi, dai nervi ai muscoli della spalla verso il braccio, dal braccio al polso, fino alla mano, alle dita, all’aria attraversata dalla vernice fino agli schizzi feroci sul canvas.

Con un controllo maniacale, che esclude la casualità, con una gestione dell’azione consapevole perché carica di dramma, inquietudine, paura di vivere e di morire, carica della tragedia umana, Pollock sa quello che sta facendo, sta generando, procreando, schizzando il colore sulla tela come seme umano, in un atto erotico mistico che porterà alla luce opere immortali, testimonianze eterne ed universali della contraddizione di essere nati e destinati a morire. Una bellezza terribile e affascinante contenuta a stento su tele che cercano protesi nella psiche di chi le osserva. Abbiamo assistito alla nascita del dripping. Pollock affoga nelle sue tele, come affoga nel whisky. E’ la tragedia di un uomo che vorrebbe esplodere, che vorrebbe vedere il suo sangue schizzare dalle vene come il colore sulle sue tele, vorrebbe essere lui stesso tela (profeta inconsapevole di una corrente artistica nuova) e non esita a lasciare tracce personali impastate ai suoi colori, si possono trovare nelle sue opere, nei gomitoli di schizzi e gocciolamenti, ragionati, architettati, in un caos solo apparente, si possono trovare, se si è fortunati, capelli, peli, cicche di sigaretta o cenere, sudore, lacrime, simboli corporei che diventano martirio ovvero testimonianza della voracità di un artista intrappolato nella sua vita stessa. L’action painting non è cosa da tutti. E’ facile caricare un pennello di vernice e scaricarlo su una tela, la cosa difficile è farlo con la sacralità del rito. E’ difficile concentrare in quel gesto violento tutto l’amore e l’odio per chi ci ha generati e ci distruggerà. Allo stesso tempo. E’ difficile incarnare il demone che possedeva Pollock e replicarne il genio. Molti artisti utilizzano l’action painting. Inutilmente. Con la stessa forza che Pollock creava le sue tele, distruggeva il suo essere. Nell’estate del 1956 ancora sporco di vernice, con le scarpe appiccicose al terreno, con le mani rovinate dai colori, con l’alito pesante dell’alcolizzato in compagnia di due amiche si schianta con energia mortale contro una roccia lungo la strada, moriranno lui ed una delle sue amiche. Questa tragica morte lo consacrerà nell’Olimpo dei più grandi artisti della storia dell’arte. In un delirante pensiero potremmo dire che l’incidente mortale ha realizzato il sogno di Pollock, essere action non solo fare action. Schiantarsi contro la roccia ad alta velocità è in perfetta simbiosi con lo schiantarsi del colore contro la trama della tela. Ogni volta che in quel capannone disordinato Pollock agiva sulla tela, profetizzava la sua fine che è anche il suo inizio. La fine dell’uomo tormentato, l’inizio del genio ineguagliabile.

 

 

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