No, pagliacci non siam!

 

Il capolavoro di Leoncavallo tra verità e illusione, al Lirico fino all’8 marzo.

 

Saltimbanchi e clown, una festa paesana, la luce abbacinante d’agosto. La vicenda di Pagliacci parrebbe collocata in un clima leggero e spensierato, ma cela dentro di sé l’imminente tragedia. Ieri sera è andata in scena la première al Lirico di Cagliari (mancava dal 2013), senza il consueto abbinamento con Cavalleria rusticana, scelta che ne fa risaltare la completezza e la qualità musicale. Secondo titolo della Stagione lirica e di balletto 2020, l’opera miscela sapientemente amore, gelosia, tradimento e morte.

L’allestimento viene dal Teatro Regio di Torino (2017): la regia, che coniuga realtà e naturalismo, è curata da Gabriele Lavia (ripresa da Daniela Zedda). All’alzata di sipario abbiamo di fronte case diroccate, scalcinate, polvere e ruderi (con l’amara scritta “Vincere” su un muro delle quinte). L’ambientazione è dunque quella di un paese bombardato del meridione: siamo nel secondo dopoguerra, ci si avvia verso una rinascita e si respira fortissimo il desiderio di spensieratezza, cui contribuisce la presenza di artisti circensi e trampolieri. Nonostante il riferimento al neorealismo cinematografico sia pertinente ma poco originale (si pensi ai lavori di Zeffirelli), Lavia confeziona un impianto classico, dimostrando solida correttezza di mestiere. Le scene e i bei costumi di Paolo Ventura ricreano efficacemente l’atmosfera di quegli anni, ravvivata dalle luci calde di Andrea Anfossi (riprese da Andrea Ledda). Lo spettacolo ha conservato il sottile gioco del teatro nel teatro, con la colta sovrapposizione di piani e situazioni pensata dal compositore napoletano. Ma ha avuto anche il pregio di evidenziare con nettezza le polarità che dominano il dramma: realtà e finzione, commedia e tragedia, libertà e prigionia. La festa tragica, modulo che attraversa tutta la storia del genere operistico (da Gluck a Britten), raggiunge con Pagliacci una delle più alte realizzazioni per concisione, densità e raffinatezza di scrittura.

Alla guida dei complessi permanenti del Lirico, Coro (preparato da Donato Sivo) e Orchestra, il direttore del NCPA Lü Jia. Che con gesto sobrio e rigoroso ha regalato un suono robusto e profondo, capace anche di soavi abbandoni melodici. Una conduzione di grande musicalità la sua, che guarda alla ricchezza della partitura, fitta di richiami alla tradizione più o meno espliciti, intessuta di temi e motivi ricorrenti, di stili differenti che si incontrano e fanno scaturire le scintille di cui vive l’opera.

Discreta la prova di Rachele Stanisci (Nedda), Walter Fraccaro (Canio), Andrea Borghini (Silvio). Molto buona invece quella di Marco Caria (Tonio) e Matteo Falcier (Peppe). Bravo il Coro di Voci bianche del Conservatorio “G. P. da Palestrina” (maestro Enrico Di Maira). La produzione, applauditissima da parte del pubblico, è stata dedicata alla memoria del tenore Marcello Giordani.

 

 

Foto di Priamo Tolu

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