Le maschere tradizionali del Carnevale in Sardegna

In Sardegna il Carnevale è un momento di mistero, leggenda, paura e mito che si esprime in un clima di festa dolce-amara diverso da parte a parte. Alle maschere spetta il compito importantissimo di veicolare significati e contenuti ancestrali le cui origini si perdono nelle pieghe della storia.
Nel Carnevale sardo, quello barbaricino in modo particolare, la maschera racconta in chiave grottesca il rapporto uomo-natura, da sempre alla base di una civiltà agropastorale che, rievocando rituali apotropaici e danze propiziatorie legate ai ritmi della natura e al culto delle divinità pluviali precristiane, rappresenta l’espressione più vera e autentica della tradizione.
Ma non è solo la maschera a racchiudere il senso antico e profondo di un mondo arcaico e primitivo, anche la gestualità, l’abbigliamento e gli strumenti agricoli giocano una parte fondamentale nel costruire quell’atmosfera tragica e lugubre che intende esorcizzare la morte.

La stessa parola con la quale in sardo si identifica il Carnevale -“Karrasegare” o “Carrasecare” -starebbe a significare “carre’e secare”, dove il termine “carre” (carne, diversa da “petza”, che identifica la carne animale) designerebbe la carne umana. Secondo l’antropologa esperta di tradizioni sarde Dolores Turchi, in quest’ottica il termine “carrasecare” rimanderebbe all’antico rito dionisiaco, dove la carne viva di capretti e vitelli veniva dilaniata per rendere omaggio a Dionisio bambino sbranato dai Titani.
Tra le più celebri maschere tradizionali del Carnevale sardo figurano i “Boes e merdules” di Ottana, i “Mamuthones e Issohadores” di Mamoiada, su “Bundhu” di Orani e “S’Urtzu”, quest’ultima diffusa in molti centri della Barbagia e dell’Ogliastra.
Nel Carnevale di Ottana “Sos Boes” vestono i panni dei buoi ricoperti di campanacci e pelli di pecora, tenuti per le redini da “Sos Merdules”, uomini col viso coperto da atroci maschere nere.
A Mamoiada, invece, ad incarnare la rivalità tra la bestia e l’uomo sono i “Mamuthones” e gli “Issohadores”. I primi indossano maschere di legno dipinte di nero, pelli ovine e, soprattutto, pesanti campanacci sulla schiena che agitano al ritmo di una danza tribale. Rappresentano, forse, la brutalità, l’istinto, la natura selvaggia da addomesticare. Gli “Issohadores”, invece, derivano il loro nome dalla fune “sa soha” o “sa soca”, con cui tengono a freno i “Mamuthones” e che utilizzano come una sorta di lazzo per prendere le belle donne tra la folla come augurio di fortuna e fertilità per l’anno agricolo.

Ad Orani, “Su Bundu” indossa abiti da contadino, un cappotto largo detto “su saccu”, pantaloni di velluto, gambali di cuoio e una grossa maschera di sughero dalle fattezze antropomorfe con le corna, un naso pronunciato, il pizzetto e i baffi. Nella versione riconosciuta come tradizionale l’area facciale e il naso sono tinte in rosso sanguino (molto probabile che anticamente venisse usato il sangue animale), mentre baffi, mento e corna sono di color bianco. Un altro elemento caratterizzante di questa maschera è “su trivutzu”, il tridente, strumento da lavoro derivante dalla tradizione agricola. Durante la loro esibizione carnevalesca Sos Bundhos minacciano i passanti con il tridente, pungolandone i piedi per incitarli ad unirsi alla danza propiziatoria, utile a prospettare una rigogliosa rinascita dei frutti di Madre Terra.

S’urtzu”, infine, è una tra le maschere tradizionali più diffuse, che presenta molteplici varianti a Ulassai, Gairo, Sadali, Austis, Fonni, Ortueri, ecc. In Ogliastra “S’urtzu ballabeni” è una maschera orrenda che rappresenta la natura selvaggia, l’inverno, che attacca chiunque gli si pari davanti, così come l’inverno in passato aggrediva le comunità. È tenuto a freno da “is omadoris”, figure benigne che lo tengono in catene e attraverso le percosse lo obbligano prima a seguire un ritmo regolare scandito dai campanacci che portano sul dorso, per poi ucciderlo. Il nome del personaggio deriva proprio dall’incitamento “Urtzu, ballabeni!” ovvero “Urtzu, balla bene!”, come auspicio ad una Natura che danzi al ritmo voluto dalla comunità. La sua morte è invece il simbolo della fine dell’inverno e dopo la morte iniziano i festeggiamenti della comunità, interrotti solo da una repentina rinascita de “S’Urtzu”. La rinascita serve a ricordare alla comunità il ciclo delle stagioni. “S’urtzu” per l’anno è stato sconfitto, ma la vittoria non è permanente: l’anno successivo tornerà, aggressivo come sempre.

Alcuni studiosi, tra cui la già citata Dolores Turchi, Massimo Pittau e Raffaello Marchi, sostengono, infatti, che il Carnevale sardo, pur nelle sue innumerevoli ed affascinanti differenze, porti in primo piano la lotta per la sopravvivenza, incarnata dal ciclo delle stagioni e dalla dicotomia tra buio e luce, bene e male, conservando la brutalità di un mondo in cui l’animale e l’uomo sono da sempre condannati ad essere rivali.

 

 

 

 

 

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Riferimenti bibliografici
Francesco Alziator, Il folklore sardo
Mario Ligia, La lingua dei sardi. Ipotesi filologiche
Dolores Turchi, Maschere, miti e feste della Sardegna
Raffaello Marchi, Le maschere del Carnevale Barbaricino
Giovanni Lilliu, La civiltà dei sardi

 

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