Cartelle di pagamento: Ecco cosa fare

“Dottore mi è arrivata la notifica di una cartella di pagamento, che faccio?”

Questa è la domanda che spesso noi dottori commercialisti ci sentiamo rivolgere dai clienti e alla quale, in questo breve articolo, cercherò di rispondere. Ma cosa è una cartella di pagamento, a quanto ammontano le sanzioni e gli interessi e cosa devo fare se ritengo di non doverla pagare o se non ho i soldi per saldarla per tempo? La cartella di pagamento è l’atto che l’ente della riscossione “Agenzia delle Entrate riscossione” (ex Equitalia) invia al cittadino su incarico degli enti creditori, allo scopo di recuperare le somme risultanti presuntivamente a debito. Nel documento sono indicati: – il totale da saldare; – gli enti che ne hanno fatto richiesta; – il dettaglio degli importi a debito; – l’aggio e le spese di notifica spettanti all’Agenzia delle Entrate riscossione.

Ma cosa è l’aggio? E’ il compenso spettante all’agenzia di riscossione per il lavoro svolto di recupero delle somme debitorie ed è calcolato come percentuale dell’importo dovuto dal cittadino debitore. Più il debito è alto e maggiori saranno gli oneri di riscossione. Ma a quanto ammonta questo aggio? Per rispondere occorre verificare con attenzione la data di emissione del ruolo in cartella: – per i ruoli emessi fino al 31 dicembre 2012 la percentuale dell’aggio è pari al 9% del debito; – per i ruoli emessi dal 1 gennaio 2013 al 31 dicembre 2015 la percentuale dell’aggio è pari all’8% del debito; – per i ruoli emessi dal 1 gennaio 2016 ad oggi la percentuale dell’aggio è pari al 6% del debito. Con la possibilità, se si effettua il pagamento entro 60 giorni dalla notifica, di dividere a metà l’onere: 3% a carico del debitore e 3% a carico dell’ente creditore. Sui ritardi di pagamento gravano anche gli interessi di mora, che si applicano a partire dalla data di notifica e fino alla data di pagamento nella misura del 2,68%. Il cittadino ha ovviamente la possibilità di rateizzare il debito, inviando la richiesta di dilazione via PEC agli indirizzi appositamente indicati nel modello di rateizzazione. Per importi fino a 60.000 euro si può ottenere la dilazione del debito presentando la domanda direttamente on-line, fino ad un massimo di 72 rate (6 anni), scegliendo tra rate costanti e crescenti. Se non si è in grado di sostenere una rateazione ordinaria in 6 anni, è possibile richiederla più lunga, fino a 120 rate di importo costante. E’ necessario però dimostrare di trovarsi in difficoltà economica, condizione che si verifica quando l’importo della rata è superiore al 20% del reddito mensile del proprio nucleo familiare, risultante dall’Indicatore della situazione reddituale (ISR) riportato nel modello ISEE (Indicatore della situazione economica equivalente).

Ma se il cittadino ritiene che la richiesta di pagamento contenuta in cartella non sia dovuta cosa deve fare? Richiedere l’annullamento direttamente all’ente creditore. La richiesta di annullamento all’ente va fatta in “autotutela”, ossia il cittadino richiede direttamente all’ente creditore di correggere il documento e sarà poi quest’ultimo che invierà l’ordine di annullare il debito all’agenzia delle entrate riscossione.

Per esempio: se il comune di Cagliari chiede all’agenzia delle entrate riscossione di riscuotere la TARI ma il cittadino è esentato dal pagarla, la richiesta di annullamento andrà fatta direttamente al comune. Sarà poi l’ente comunale che comunicherà tale sgravio all’agente della riscossione. Resta in campo l’opzione di rivolgersi direttamente al Giudice. Se l’autorità giudiziaria competente darà ragione al contribuente, l’ente sarà tenuto a cancellare il debito.

Il ricorso contro la cartella di pagamento va proposto entro 60 giorni dalla data di notifica. I 60 giorni partono dalla data in cui l’atto risulta consegnato dal postino oppure, se notificato via PEC, dalla data e dall’ora in cui il messaggio di posta elettronica certificata risulta consegnato nella casella del destinatario. I vizi più tipici sui quali basare il ricorso sono la prescrizione e il difetto di notifica degli atti presupposti. Purtroppo spesso il motivo per cui si tergiversa nel pagamento del dovuto è riconducibile ai problemi economici e all’assenza di liquidità nel conto corrente per poter far fronte anche solo ad una rateizzazione. In questi casi non si ha molta scelta, non si paga e si spera che l’esattore non proceda con un pignoramento di beni. Ricordiamo, per tranquillità di chi ci legge, che il pignoramento non è una procedura automatica e scontata. Tutt’altro, di frequente l’ente di riscossione si muove lentamente cadendo nella trappola della prescrizione o, addirittura, non procede per nulla lasciando nel limbo il debitore. Problema che non si pongono le persone che non hanno alcun bene intestato. Infatti, se non si posseggono stipendi, immobili, auto o altri redditi pignorabili, non si rischia granché e la cartella di pagamento non dovrebbe costituire un problema.

 

 

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