A Oristano si rinnova la magia della Sartiglia

Oristano è la città principale della Sardegna centro-occidentale; è la porta d’ingresso verso un’infinità di bellezze naturali ed è un’anima nobile dell’Isola, grazie ai suoi monumenti storici.
Oristano, oltre ad essere un groviglio di strade, che dalla torre di Mariano convergono poi nel Duomo, è molto di più. È un luogo dove la storia è mutata, pur restando sempre la stessa.
La sua posizione geografica e la sua affermazione come centro abitato, sono la sintesi di tre formazioni urbane precedenti: Tharros, città fenicia sulle coste del Sini; Neapolis, a sud di Capo Frasca; Othoca, l’attuale Santa Giusta. Quando questi tre centri spopolarono e tramontarono, Aristiane acquisiva maggiore importanza. La configurazione della città venne ultimata nel 1070; in questo periodo le autorità politiche e religiose di Tharros si trasferirono definitivamente a Oristano, divenendo così sede arcivescovile e capitale del giudicato d’Arborea.
La città ha avuto un ruolo importantissimo del Medioevo. A partire dall’XI secolo si è arricchita di palazzi, fortificazioni e templi cristiani. La già nominata torre di Mariano (o di San Cristoforo) e la torre chiamata Sa Portixedda, testimoniano l’eredità della cinta muraria che correva intorno alla città di Aristanis.
 Nella Piazza Eleonora spicca un monumento dedicato alla giudicessa promotrice della Carta de Logu, Eleonora d’Arborea. La statua è circondata da monumenti di rilevante importanza, pregiati e di gusto neoclassico, come la chiesa di San Francesco, il palazzo Corrias Carta, il palazzo degli Scolopi. Nel centro storico è possibile ammirare altri monumenti imperdibili, come la chiesa di Santa Chiara (raro esempio di architettura gotica nell’isola), il palazzo d’Arcais, la chiesa e il chiostro del Carmine (in stile barocco-rococò), e la maestosa Cattedrale di Santa Maria Assunta (il duomo della città); la Cattedrale è l’espressione della sovrapposizione di diversi stili architettonici con il primo impianto risalente al 1130.
Tra i monumenti imperdibili ‘fuori le mura’ ci sono la chiesa di San Giovanni dei fiori, la chiesa di San Sebastiano e quella di San Martino: queste sono senza dubbio tra le più caratteristiche. 
Il periodo giudicale fu senza dubbio il periodo più fiorente e di maggior splendore per la città. A questo periodo risale l’ormai famosissima giostra equestre chiamata Sartiglia. Si tratta di uno degli ultimi tornei equestri di origine medievale ancora presenti in area mediterranea.
 Non si conoscono documenti di età medievale che riportino notizie sulla Sartiglia. L’ipotesi più valida è che questa tradizione abbia origine europea, quando nell’XI secolo i Crociati introdussero i giochi militari utilizzati per l’addestramento delle milizie. Nel XIII e XIV secolo i giudici di Arborea erano soliti visitare i Comuni Italiani e la penisola iberica; ciò induce a dedurre che i sovrani arborensi conoscessero bene i giochi di addestramento militare. Si pensa, infatti, che anche ad Oristano i nobili si cimentassero nelle corse a cavallo con la spada e la lancia. Tra il XV ed il XVI secolo queste corse equestri persero la valenza militare per trasformarsi in spettacoli pubblici: anche la Sartiglia rientra nell’ambito delle corse all’anello offerte al pubblico da sovrani, feudatari o corporazioni di mestiere in occasione di speciali festività. Nel corso dei secoli la pratica della Sartiglia si mantenne viva dapprima come manifestazione delle classi nobiliari, poi borghesi coinvolgendo anche gli strati sociali prima esclusi, divenendo un’espressione di vita, un’esplosione di colori sugli abiti e sui cavalli, una rappresentazione di cultura popolare.

La più antica testimonianza della giostra equestre oristanese si trova in un antico registro di consiglieria datato 1547-48; nel documento è registrato il pagamento effettuato dalla Città Regia per la fornitura di un drappo di tessuto utilizzato in occasione di una Sortilla. Probabilmente la corsa venne organizzata in onore dell’Imperatore Carlo V nel 1546. Altre fonti documentarie successive fanno riferimento all’acquisto di stocchi da parte dell’autorità cittadina; ciò induce a pensare che in origine la Sartiglia venisse organizzata dall’istituzione municipale e solo in seguito venne affidata ai gremi (corporazioni di mestiere attive ad Oristano dal ‘500, e che ancora oggi si occupano di curare le fasi cerimoniali della manifestazione).
La tradizione carnevalesca della Sartiglia, ha origine nel ‘700.
Tutt’ora la giostra equestre si svolge l’ultima domenica e l’ultimo martedì di Carnevale. La giostra della domenica è organizzata dal ‘gremio dei contadini’, mentre quella del martedì è organizzata dal ‘gremio dei falegnami’. La corsa vede come protagonisti dei cavalieri mascherati che, lasciati in una corsa sfrenata, tentano d’infilzare la stella con la spada o con una lancia di legno (detta ‘su stoccu’).
Le due corse sono identiche nelle fasi salienti; esse si differenziano per alcuni dettagli che riguardano il capocorsa (Su cumponidori): variano i colori degli abiti, dei nastri, delle maschere; variano le pelli delle giubbe; variano i modelli dei pantaloni indossati. Il giorno della Sartiglia, un araldo a cavallo accompagnato da alfieri, tamburini e trombettieri, percorre le vie della città e si ferma nelle piazze principali per leggere su bandu: l’avviso della corsa che si terrà nel pomeriggio. Su Cumponodori si reca presso il luogo della vestizione, dove, una volta indossata la maschera, si trasforma in un semidio, avente l’onore di condurre i cavalieri nella giostra equestre. In virtù di questa magia, Su Componidori, una volta in sella, non può più poggiare i piedi in terra, poiché in tal caso la violazione  di Campo, di giudice e di arbitro della corsa. Della sua antica funzione restano alcune regole che oggi in gran parte non vengono osservate. Il semidio, affiancato da due cavalieri (su secundu e su terzu), benedice la folla con Sa Pipia de Maiu; questa è l’espressione della sua anima romantico-religiosa e, per chiarire il suo significato, è necessario ritornare indietro nel tempo. Essa è un ricordo del culto della dea Maja, ninfa arcadica, madre di Ermes, che dispensava le piogge primaverili, presiedendo alla fecondazione. Questo mazzo fiorito è un simbolo d’amore e prosperità. Tante più stelle vengono infilzate, tanto più propizia sarà l’annata produttiva. Dopo la corsa alla stella, le Pariglie chiudono la manifestazione. Si tratta di spettacolari esibizioni dei migliori cavalieri oristanesi, ciascuno dei quali, simbolicamente, rappresenta un paese dell’antico giudicato d’Arborea.

 

“Quand’è buio finiscono le pariglie” – (Luciano Loddo) 


Quando è buio finiscono le sartiglie. Adesso tutti i cavalli tornano a passo stanco da dove sono partiti. Anche tutti i suoni di tamburi e trombe ti sembrano diversi.
Con il buio calano. Riconosci solo le ombre di tutti i cavalieri che vanno come fantasmi.
Tutta qui è la festa più antica e famosa fatta di tante cose, di colori, speranze, preghiere, coraggio e paura.


 

All’imbrunire, il corteo de Su Componidori si ricompone e, al rullo di tamburini, si avvia verso la casa del Majorale, dove il capocorsa entra sempre a cavallo e, una volta sceso a terra, riceve gli auguri di tutti. Il rito della svestizione, eseguito dalle stesse ragazze da cui è stato vestito, ricorda molto le tradizioni dei tornei medievali, dove il vincitore veniva accolto dal principe con tutti i partecipanti alla competizione e dagli invitati, sedendo al posto d’onore dove veniva servito dalle dame e damigelle, e i menestrelli ne cantavano le lodi. Questa cerimonia è pressoché identica a quella riservata a Su Cumponidori, quando rientra dalla Sartiglia ed è invitato e servito al gran cenone. Questa identità di cerimonie documenta ancora una volta l’antica origine medievale della Sartiglia.

Attrus annus cun saludi e prosperidade…

 

 

Foto di Marco Sanna

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