Migranti come un cuore

Essere migranti è una condizione spesso, spessissimo, obbligatoria. Lo sa bene il nostro cuore che, quando è ferito, stanco, desideroso di amorevolezza, è disposto ad affrontare mari in burrasca, pur di lasciare una determinata situazione, pur di lasciarsi alle spalle e persino scappare da chi lo ha ferito, in cerca di qualcosa, seppur precario e privo di tante aspettative, che possa lenire quella ferita. Sì, ti parlo di migranti e mi viene di parlartene pensando al nostro cuore e non è solo poesia, anzi. Il cuore, se lo guardi bene, ora, a pensarci, assomiglia proprio a un gommone, spesso pure mezzo sgonfio. Ti parlo di migranti partendo da una condizione che nel tuo piccolo tu, forse, ben conosci, che forse ora stai vivendo.

Per poter capire una cosa nuova o difficile da apprendere, bisogna partire proprio da ciò che già si conosce, e che cosa se non un cuore, una condizione di vita impegnativa o addirittura estrema, insieme con la voglia di uscirne, accomuna le persone? Ora, che quasi si vede la fine di questo testo, io non ho grandi significati o questioni da sciogliere – perlomeno qui e ora – riguardo a chi sbarca sulle nostre coste. Sì, mi piacerebbe aprire un dialogo su questo tema, e lo farò presto, almeno per capire il tuo punto di vista. Non ho troppe morali da fare, ma solo una considerazione, che ho fatta mia e che voglio condividere con te, lasciandoti, come sempre, tutta la libertà di rifiutarla. Essere migranti è una condizione spesso, spessissimo, obbligatoria, di cui proprio non si può fare a meno, troppo spesso unica alternativa alla morte. Tuttavia, essere uomini ed essere umani è sempre, in qualunque caso, una scelta che possiamo o non vogliamo fare, checché se ne dica, e, se non siamo convinti, chiediamolo al nostro cuore, oggi quanto mai, migrante.

 

 

 

In foto il Crocifisso con il salvagente di Tullio Maciocce

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