Il Trio di Parma cattura e incanta il Lirico

Preceduto da una grande aspettativa, il concerto monografico di ieri sera – dedicato ai Trii di Johannes Brahms – non solo non ha deluso, ma ha letteralmente ammaliato il pubblico del Teatro Lirico di Cagliari. Il prestigioso Trio di Parma, composto da Alberto Miodini (pianoforte), Ivan Rabaglia (violino) ed Enrico Bronzi (violoncello), ci ha condotti lungo un viaggio affascinante e misterioso, con la scaltrezza di chi ben conosce la strada da percorrere.

La scoperta è tutta nell’attraversamento di una parte ancora poco nota e valorizzata dell’opera di Brahms, eppure di primaria importanza se si desidera scendere fino alle radici del suo genio compositivo. Occorre tener presente che la parabola creativa del musicista è incorniciata dalle composizioni cameristiche e che si svolge emblematicamente su un doppio binario: con costanza, essa giustappone musica da camera e produzione pianistica, liederistica, sinfonica. Infatti solo col prezioso tirocinio della scrittura strumentale ridotta il compositore giungerà alle composizioni di vaste proporzioni e di ampio respiro. Un tirocinio che ci ha regalato alcune delle pagine più belle per tale repertorio.

L’ensemble cameristico, apprezzato a livello internazionale, dopo un iniziale disguido tecnologico (le partiture cartacee, a differenza dei tablet, non tradiscono mai!) ci ha introdotti con garbo nella atmosfera raccolta e distesa delle opere in programma. Brevi istanti per l’intonazione; spiamo i musicisti in ogni dettaglio, in ogni singolo gesto: comunicano impegno acceso e sensibile coinvolgimento. Seducono e incantano. Pulizia, precisione e disciplina sono apparse subito evidenti. Ed è stata spettacolare l’esecuzione del Trio op. 87, primo titolo della scaletta, che ne restituisce la robustezza, le rotondità classicheggianti, dando viva impressione della sapienza con cui torniscono le architetture compositive brahmsiane. Così come ha affascinato il tono austero e asciutto del Trio op. 101, dalla scrittura più concisa ed essenziale. Notevole soprattutto la resa di quel clima nordico, verrebbe da dire stürmeriano, dell’Allegro energico di questo trio: carico di tensione, vigoroso ed energico. Sguardi rapiti ovunque.

Infine, a chiudere la serata, si è aggiunto il meraviglioso suono del primo clarinetto dell’Orchestra dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia, Alessandro Carbonare. Sebben un po’ indisposto a causa di un malanno stagionale, si è unito a Enrico Bronzi e ad Alberto Miodini per suonare il Trio op. 114. Quello il momento più alto dell’intera serata. Merito della limpidezza discorsiva, delle nuances intimistiche della partitura, ma indiscutibile è anche il merito di Carbonare: s’è prodotto in una eccellente performance, con un suono netto e preciso, capace di vellutate morbidezze e di espressivi accenti crepuscolari. Bravissimo anche Bronzi, violoncellista dal gesto raffinato e dal temperamento drammatico (belle le variazioni dell’Andante con moto dell’op. 87, così come le impennate capricciose nell’ultimo movimento dell’op. 114). Ottima sintonia tra le parti, in ciascuno dei brani. L’amalgama sonoro è stato sempre pieno e bilanciato. Lunghi e convinti applausi per tutti, fino al bis: sempre Brahms, l’Andante del Quartetto per pianoforte n. 3 in do minore op. 60 (con la parte per la viola sostituita dal clarinetto).

Un concerto piccolo nelle dimensioni, imponente nella qualità artistica. In cui hanno riecheggiato distintamente bagliori beethoveniani, accenti malinconici e pensosi, tutti però disciplinati da severi equilibri compositivi. Un cuore pulsante, equamente diviso tra movimenti di sistole e diastole, tra dilatazioni emotive e tenaci contrazioni dinanzi al mistero perturbante della vita.

 

 

Foto di Priamo Tolu

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