Quando il pennello si trasforma in bisturi

Marcel Duchamp nel precedente articolo ci ha fatto conoscere una visione nuova dell’arte, una visione strabordante, irriverente, una visione che ha “capovolto” letteralmente il modo di intendere e di fare arte, o meglio di “essere” arte. Dopo di lui nulla può essere più come prima. Infatti non lo è stato. Lo strappo ormai era evidente col passato, anzi, potremmo dire il “taglio”. Chi è prossimo al linguaggio dell’arte moderna/contemporanea avrà già capito dove vogliamo parare. Chi per la prima volta legge la parola “taglio” accostata all’atto creativo artistico sta per scoprire un grandissimo artista. Si tratta di Lucio Fontana, e dei suoi tagli. Ma facciamo un passetto indietro. 1958. Lucio Fontana osservando il supporto pittorico per eccellenza, la tela, sente un trasporto verso di essa, sente un forte slancio creativo, deve compiere un gesto, deve entrare in quella tela, renderla “passaggio” per quelli che la vedranno dopo di lui. Come? Vuole sperimentare l’infinito, vuole liberare la tela dalla sua dimensione di oggetto e trasformarla in soggetto che dialoga, in fessura nella quale entrare, come portale verso una nuova dimensione, e tra timore e tremore lasciarsi andare all’infinito! Nascono i “tagli” di Lucio Fontana! O meglio, i cosiddetti Concetti Spaziali. Si! Avete capito bene! Taglia la tela. Letteralmente. Tagli, buchi, crateri, ferite. Un nuovo annuncio nel mondo dell’arte: lo Spazialismo. Bisogna precisare che Fontana forte della sua preparazione accademica, della stima e dei successi ottenuti già con la sua arte tradizionale, scultore, pittore, ceramista, coglie il disagio storico e come Duchamp “distrugge” tutto il suo lavoro appreso tra accademia e progetti di successo, per trasformare il tutto in qualcosa di innovativo, di migliore del “tradizionale”. Coraggioso, fortunato visionario. Fontana non rinnega l’arte prodotta fino a quel tempo, afferma con poesia che “serve un taglio deciso” l’uomo deve ri-accostarsi al bello con sensazioni nuove, emozionali, primitive, non più didascaliche o didattiche, ma sensazionali, non deve apprendere e basta ma elevarsi, scoprire che in quella ferita, in quel taglio, in quello squarcio c’è tutto il suo dolore di essere finito che…attraversando quella fessura incisa sulla tela, con l’immaginazione può diventare protagonista di un infinito spazio a sua disposizione.

 

Complicato?

Per cogliere il cuore dei tagli di Fontana serve “contemplare” i suoi Concetti Spaziali. I tagli di Lucio Fontana sono perfetti, non casuali, sono tagli effettuati col bisturi come un chirurgo, Fontana incide la tela, come un chirurgo incide la pelle, cercando di entrare nel corpo senza ferire e lasciare cicatrici. Fontana lavora con cura sui suoi tagli. Metteva amore nel suo gesto di tagliare la tela, a volte a fondo bianco, a volte rosso, non era violento, ma lento, pensato, dolce. Le tele di Fontana vengono falsificate facilmente (che ci vuole a fare un taglio!) ma anche inutilmente, perché subito si riconosce un falso! Fontana incideva le sue tele, i suoi ovali, i cartoni, con tagli irripetibili. I tagli ovviamente rappresentano l’apice della poetica dell’artista. Sono rivoluzionari e allo stesso tempo carichi di riferimenti simbolici vicini al sacro.

Come non accostare i tagli di Fontana alle ferite di Cristo? al fianco squarciato? come non accostare i buchi dei cartoni ovali di Fontana alle stigmate? Alle ferite delle torture dei martiri? sono accostamenti spontanei, forse non intenzionali nell’artista ma è proprio qui il genio. Quando ci troviamo difronte ad un’opera del genere dobbiamo azzerare il giudizio, annullare l’istinto di rimanere in superficie. Dobbiamo invece annullarci nel silenzio di queste feritoie e scrutare tutto il dolore, tutto il piacere, il pianto, la speranza, il buio, la luce, e così avanti nelle contraddizioni, come se fossimo innanzi ad una Crocifissione, ad una Deposizione, ad una Pietà. Questo nuovo tipo di arte non può e non vuole reggere il confronto col passato, può e vuole farci intravedere un futuro, Fontana stesso chiamava i suoi concetti spaziali anche Attese.

 

Cosa voleva dirci?

Lui, un raffinato signore italo argentino, con studio a Milano, amante della vita notturna milanese, incline all’eleganza, cosa voleva dirci aprendo ferite, sventrando le tele, cosa voleva urlare? Di certo non lo sapremo mai, ma possiamo immaginarlo nel suo studio elegante, pieno di tele e sculture, ad osservare per ore il bianco del canvas, della tela gessata, forse sorridendo forse piangendo, forse indifferente a momenti, forse a momenti morboso col suo bisturi deciso a squartare seppur con accortezza la sacra trama della tela bianca. Genio borghese che ha sconvolto il mondo trasformando in memoria collettiva ciò che un artista non dovrebbe fare. E lui lo ha fatto.

 

 

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