Dal monte Limbara la fiaba de Lu Carrasciali

C’era una volta,

ai piedi del monte Limbara, una “città di pietra”1, circondata da limpide fonti e rigogliosa natura. Un luogo magico, perennemente in festa, il cui sovrano, nelle sere più scure, si aggirava per le vie del paese, passando da una donna all’altra. Da tutti conosciuto come Jolgliu Puntolghiu2.

Stanco di questa situazione, il sovrano prese una decisione. Convocare tutti i cortigiani nella sala del trono.

«Per quanto ancora dovremo aspettare?» bisbigliò la matrona, mentre le piume gialle di un improbabile ventaglio facevano avanti e indietro sul suo volto paonazzo.

«Suvvia, mia Signora. Cerchi di non farsi prendere dall’ansia» osservò l’uomo. I lacci del corpetto della nobildonna chiedevano pietà e presto o tardi sarebbero scoppiati.

La donna fece per replicare al marito quando una figura ricurva fece il suo ingresso. Uno scampanellio riecheggiò nell’ambiente attirando l’attenzione dei presenti, che quatti quatti si avvicinarono.

«Sua Maestà Re Giorgio» gracchiò il vecchio.

Dietro quest’ultimo, il pesante velluto si sollevò lasciando che il Grandissimo facesse il suo ingresso.

Ogni passo era lento, scandito dai numerosi preziosi sparpagliati qua e là. Si aggrappò con forza al bracciolo della seduta, sprofondandoci sopra e annunciando a tutti i presenti la volontà di prender moglie.

«E se non è di sangue reale?» gli domandarono alcuni.

«Non mi interessa.»

«Se per Voi non ci sono problemi, ho sentito dire che la donna più bella del villaggio sia una popolana.»

Il Re, per nulla intimorito, ripose:

«Si ella è tanto bella quanto si dice, sarà mia sposa e Regina.»

Il giorno successivo3, Re Giorgio ordinò che gli si preparasse un sontuoso carro, con tanto di trono, e, accompagnato dai suoi fedeli servitori, partì alla volta della città per cercare la sua sposa.

Fusti altissimi dalle rigogliose chiome si ergevano verso l’alto, attraversando il sottile velo biancastro che, a poco a poco, iniziava a diffondersi nello spazio circostante, come a voler inghiottire ogni cosa.

Proprio da lì, dove le antiche acque miracolose sgorgavano impetuose4, il corteo poté avviarsi, seguendo il lungo viale alberato per arrivare al centro.

Tutti si riversarono nelle vie, gridando e osannando il loro sovrano. Tra la calca, si aggiravano anche strane figure dagli abiti sudici, sbrindellati, fatti di pelli di animali, corde a tracolla, i cui campanacci suonavano di continuo5. Il volto nero come la fuliggine dei paioli così da incutere timore.

Non solo. L’eccezionale evento spinse numerosi spiriti ad uscire e vagare. Alcuni di essi trascinavano un cogghju6 di trau7, armati di pentoloni vecchi, padelle, chincaglierie e catene8, seguiti da una schiera di reula, anime penitenti, portatrice di eventi funesti o di sventure. Ma una in particolare era temuta. Colei che tesseva i fili della vita, colei che era in grado di porre fine in qualunque momento all’esistenza: La Filugnana, ovvero La Filatrice. Eppure, nessuno ci fece caso.

Intanto i giorni passarono. Il popolo proseguiva con i festeggiamenti, caratterizzati da carri variopinti, balli, canti, lancio di palloncini, spettacoli musicali accompagnati da sbandieratori, mentre il povero Re Giorgio lasciava dei solchi sul granito.

Nella tarda mattinata di domenica, il sovrano proseguì la sua sontuosa sfilata finché non rimase abbagliato dalla figura prorompente di Mannena, popolana dagli appetiti insaziabili.

E, senza perder tempo, le si rivolse:

«Farò di Voi la mia Regina!»

Fu così, che la coppia si unì in matrimonio in un tripudio di grande festa. Tutti si congratularono con i sovrani, osannandoli, ricoprendoli di complimenti. Persino il corpo di ballo del Re scese in piazza per omaggiare gli ospiti con le loro coreografie, accompagnati da majorette di brillanti vestite.

Schiamazzi, scherzi di ogni genere, tazze di vino perennemente rabboccate, ogni angolo era ricco di prelibatezze, comprese le frisgioli longhi9.

Sensuali e disinibite dame bighellonavano, avvolte, da capo a piedi, in un lenzuolo nero e legato in vita. Nessuno avrebbe saputo chi si celava dietro quella tunica10. Che fossero realmente donne, nessuno lo sapeva.

Orde di cavalieri, in sella a vigorosi puledri, si diedero animo durante la manifestazione de lu Palu di la Frisgiola11, il cui scopo era quello di infilzare la frittella, correndo al galoppo, tenuta in mano da una giovane pulzella, seduta alla finestra.

E poi accadde. Il Re Giorgio, approfittando della presenza del popolo, dall’alto del suo immenso piedistallo, ripudiò Mannena. Quale affronto!

«A morte il Re! A morte il Re!» urlarono alcuni.

Mentre qualcun altro:

«Per me si va nella città rovente

Per me si va nell’eterno braciere

Per me si va fra la cornuta gente

Trovasi qui sol l’anime più nere

De li tempiesi che con le loro imprese

Né la gestione de lo pubblico potere

Hanno mandato in rovina lo paese

E de li diavoli ingrossano le schiere.12»

Coloro che per sei lunghi giorni inneggiavano Sua Maestà, in quel momento gli andarono contro, vomitandogli addosso ogni genere di nefandezza. Il grande carro venne preso d’assalto e scortato nella pubblica piazza, ove giudici, avvocati e testimoni diedero il via al processo.

«Sua Altezza Re Giorgio. È accusato di aver dato fondo alle risorse del paese, di istigare le donne! Pertanto, questa Corte la dichiara colpevole! Che venga messo al rogo!»

Nulla valsero le suppliche del deposto sovrano.

«Oh, come caddero in basso i potenti!»

Risa, sprazzi di gioia incontenibili, offese di ogni genere, mentre il giudice cercava, mascherando a stento il ghigno, di richiamare all’ordine gli abitanti.

Tutti osservarono le fiamme purificatrici che avvolsero il povero Re Giorgio. Neanche Mannena mosse un dito in sua difesa, ingannata nei bagordi del Carnevale e rimasta incinta di quello che sarebbe stato poi l’erede di Giorgio.

Al rintocco della mezzanotte del martedì stesso, la bara, dove giacevano i resti del Re Carnevale, venne scortata da una marcia funebre e da una lunga fila di persone mascherate, alcune di esse, stringendo una fiaccola e gridando:

«Carrasciali è moltu! Ohi! Ohi! Ohi!

Gjolgiu meu, Gjolgiu meu!

Lu me’ fiddolu bonu ch’eri tu!

Ohi! Ohi! Ohi!»13

Fu così, che si concluse il regno di Re Giorgio e la conseguente liberazione di un popolo da troppo tempo soggiogato e ormai stanco.

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1 Tempio Pausania, situata in Gallura, a Nord-Est della Sardegna.

2 Giorgio Pungolo perché si diceva che avesse un’intensa vita sessuale.

3 Giovedì grasso.

4 Le famose fonti di Rinaggiu, dalle proprietà diuretiche già note al tempo dei romani.

5 Maschera chiamata Li mascara brutti, ovvero le maschere “brutte” o sporche.

6 Pelle.

7 Toro.

8 Maschera chiamata Lu Traicogghju.

9 Le frittelle lunghe.

10 Maschera del Domino.

11 Il Palio della Frittella.

12 Alcune strofe del componimento, ispirato allo stile di Dante, durante la sfilata del carro Lu Carru di li dimoni, 1980.

13 Carnevale è morto! Ohi! Ohi! Ohi! / Giorgio mio, Giorgio mio! / Tu che eri il figlio mio buono! / Ohi! Ohi! Ohi!

 

BIBLIOGRAFIA

  • http://www.carnevaletempiese.it/antica_gallura.htm
  • http://www.visit-tempio.it/
  • https://www.folktempio.it/wp-content/uploads/2017/03/n.202-febbraio-18.pdf
  • Luisa Orrù, Maschere e doni, musiche e balli. Carnevali in Sardegna, Cagliari, Cuec Cooperativa Universitaria Editrice Cagliaritana, 1999.
  • Margherita Achenza, L’antica Gallura nel carnevale di Tempio in Sardegna antica: culture mediterranee: rivista semestrale di archeologia, etnologia, storia, p. 29-30, vol. 12, n. 23. 2003.
  • Leonardo Gana, Il vocabolario del dialetto e del folklore gallurese, Cagliari, Edizioni della torre, 1998.
  • Francesco De Rosa, Tradizioni popolari, Nuoro, Ilisso, 2003.
  • Ufficio Stampa Carnevale Tempiese 2014
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