Il Teatro con la maschera

Durante le cangianti feste mascherate in onore di re carnevale, fra centinaia di costumi e travestimenti ahimè piuttosto discutibili e che richiamano più spesso a mode e personaggi dei nostri tempi, se guardiamo attentamente in mezzo alla folla rumoreggiante, sempre più raramente e con un pizzico di fortuna possiamo scorgere ancora le vesti di un timido arlecchino o di una graziosa colombina e magari incrociare d’improvviso lo sguardo di un malinconico Pierrot o ritrovarci coinvolti nelle frenetiche danze di una bislacca Pulcinella, quasi sempre impersonati da deliziosi bambini e bambine ingenui.

L’oggetto più distintivo che in assoluto caratterizza il carnevale è senza dubbio la maschera, ma c’è da dire ch’essa è stata ed è ancora oggi il potente simbolo del teatro, a partire dalle sue più antiche origini, luogo immortale che vive e si nutre delle perturbazioni emotive e delle trasformazioni fisiche di attori e attrici, anche quando non è presente una vera e propria maschera di scena. Allora “perché tanto clamore?” direte voi, in fondo non si tratta che di umili maschere adoperabili un po’ come le statuine del presepe, ovvero che tiriamo fuori dallo scatolone della soffitta solo quando il periodo di festa incombe senza pietà. Voglio dire, scagli la prima pietra chi di noi, appartenenti ormai alle generazioni trascorse, durante i tanti carnevali della propria infanzia non ha mai indossato, consenziente o meno, le vesti di uno di questi curiosi soggetti.

Molti credono che tutte queste macchiette siano solo delle semplici maschere come tante e che la loro nascita sia avvenuta con l’avvento del carnevale. Ebbene no. Esiste una rapporto estremamente profondo tra il carnevale e il teatro, soprattutto con le maschere storiche della commedia dell’arte, genere d’improvvisazione nato nella seconda metà del cinquecento e diventato uno dei fenomeni più importanti e popolari della storia del teatro italiano. Rocamboleschi e graffianti i canovacci costituenti il repertorio della compagnie professionali che portavano in giro la loro arte di improvvisare storie e da cui hanno avuto origine tutti questi meravigliosi big della risata: Pantalone, Brighella, Rosaura, Beltrame, Balanzone e Gianduia solo per citarne alcuni dei più conosciuti. I protagonisti della commedia dell’arte rappresentano dei personaggi stilizzati e stereotipati ispirati al genere umano, che indossano costumi caratteristici con o senza una maschera sul viso e si esprimono attraverso la recitazione con precise movenze e comportamenti esclusivi per ciascuna di loro. Sono un sorridente e benevolo correttivo dei difetti umani più distintivi, che esse esagerano fino alla caricatura, allegre e contenute nel loro ruolo. Colgono con acume di intelletto i vizi altrui e se ne rivestono momentaneamente per restituire al pubblico con una risata, la realtà che ci circonda.

Sono in un certo qual modo il riflesso vivente di ciascuno di noi, perché anche senza volerlo ma anzi divertendoci coi loro innumerevoli lazzi taglienti e sagaci, finiamo prima o poi col ritrovarci in loro e capire quanto di esagerato e magari grottesco c’è in ciascuno di noi, un po’ come avviene in un certo tipo di teatro filodrammatico insomma: ogni aspetto delle debolezze umane trova nelle maschere della commedia dell’arte una specie di sintesi burlesca e di acuta analisi psicologica. Ecco perché sono diventate delle vere e proprie icone mondiali emblematiche, rappresentative delle debolezze dell’uomo e che ancora almeno una volta all’anno, possiamo sperare di distinguere, con buona pace della Net Generation, che purtroppo non ha la minima consapevolezza di questa preziosità.

Se un tempo dunque le maschere rappresentavano tutto questo complesso intreccio tra finzione e realtà, tra sberleffo e ammonizione, le nuove maschere carnevalesche, quelle che vediamo indossate oggi con grande orgoglio ed entusiasmo dai nostri bimbi tra coriandoli e stelle filanti, chi e cosa rappresentano davvero? E che dire della maschera che noi stessi portiamo addosso ogni giorno, ci avete pensato? Non la togliamo nemmeno per andare a dormire e al mattino, insieme ai nostri vestiti e prima di fare colazione, ce la risistemiamo con cura, pronti per affrontare la giornata. A questo carnevale permanente, pare che nessuno possa sfuggire nelle nostre società evolute, tuttavia ogni tanto qualcuno grida, perché esausto non riesce più a reggere la parte, perché la vita sociale è da sempre il grande teatro dell’ipocrisia, è dietro le quinte che il vero teatro va in scena, la dimostrazione che esso vive dentro di noi, si nutre di noi e delle nostre emozioni più profonde. Chissà se una volta conclusi i festeggiamenti di questo ennesimo carnevale, riusciremo ancora a scovare tra le nostre vite e conoscenze qualche arlecchino divertente, qualche brontolone Tartaglia o qualche bellissima Isabella.

 

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