LATTE IN SARDEGNA: Un rapporto complicato

Sono passati ormai alcuni lunghi mesi dalla prima protesta dei pastori, nel febbraio di quest’anno.

Nel frattempo il problema cresce, la politica stenta a trovare soluzioni e prima o poi bisognerà fare i conti. Quelli veri. Sardegna e Pecorino Romano sono due mondi che si toccano, si amano ma allo stesso tempo non si sopportano, è un rapporto malato che va avanti da decenni e che forse, è il caso di rivedere completamente.

 

Da dove nasce il problema Export?

In Sardegna abbiamo una produzione agroalimentare il cui l’export è nettamente dominato dal Pecorino romano (made in Sardinia), unica voce in attivo al riguardo dopo i prodotti chimico/petroliferi. In merito all’agroalimentare, è bene osservare qualche altro numero:

Quanto latte si produce? Ben 4.893.568 quintali, di cui il 53% da ovini (pecore), il 44% da mucche e il 3% da capre. Ma quanti ovini da latte abbiamo? Al 2017 la Sardegna vanta il record di produzione, staccando nettamente tutte le altre regioni, con 3.301.837 capi; contro i 906.069 della Sicilia e i 743.823 del Lazio148. Il censimento 2018 dell’Agris regionale riduce il numero degli ovini sardi, comunque rilevante, a 3.073.486 unità (di cui 2.851.517 sono pecore e 221.969 sono capre), distribuite in 12.267 allevamenti. Sempre la Regione, con l’Oilos (Organismo interprofessionale latte ovino sardo), ha certificato una produzione di 317.464.776 litri di latte ovicaprino nella stagione 2016-2017149. Tra i capi di bestiame, negli anni 2013/2015, 650.501 unità riguardano l’agnello IGP150, una filiera che coinvolge 4.609 produttori e 46 impianti di trasformazione.

Il problema sembra quindi svoltare e il nemico potrebbe essere la filiera e le sue problematiche.

Per quanto riguarda la filiera industriale del latte sardo, 151 875.540 quintali rimangono tali, destinati al mercato sotto forma di latte intero per il 56%; parzialmente scremato per il 40% e scremato per il 4%. Si producono ben 476.097 quintali di formaggi, di cui l’89% a pasta dura, il 5% a pasta semidura e freschi per il 6%. Il nanismo aziendale è uno dei vari fattori che determina la scarsa diversificazione dei prodotti. Mostro questi numeri per dare un quadro generale del settore perché in primis, è bene fare i conti con il presente, condizione necessaria per poter immaginare il futuro.

Nell’ultimo anno sono stati erogati ulteriori 120 mln € di aiuti. Di questi, ben 45 mln € sono finiti al solo segmento ovicaprino (in media 13 € a capo)156. Purtroppo i problemi che il comparto si porta dietro, sono frutto di politiche totalmente scellerate. Per esempio, con la Finanziaria 2017 i consiglieri regionali del tempo, diedero mandato alla Regione di utilizzare 14 mln € dei contribuenti per acquistare le eccedenze di pecorino prodotte nell’isola e rimaste invendute.

 

Vediamo quindi quali sono i problemi principali nati da tali pratiche:

1) Acquistare con soldi pubblici eccedenze di mercato significa premiare un determinato monopolio del settore, alimentando il dislivello tra produttori e trasformatori e non favorendo la libera concorrenza sul mercato. Inoltre si sussidiano anche i produttori incapaci di cooperazione, non produttivi e non adatti a stare sul mercato con le proprie gambe.

2) Acquistare con soldi pubblici eccedenze di mercato significa destinare parte delle entrate tributarie, al sussidio del comparto. Ma quali sono i risultati effettivi di tutte queste politiche? Nel 2017 si è avuta un’eccedenza di Pecorino romano pari a 40.000 quintali ad esempio.

Abbiamo ogni anno circa 100.000 quintali di pecorino che non trova uno sbocco di mercato, sia a causa della concorrenza internazionale (che sa proporre formaggi di ottima fascia a prezzi più bassi), sia per la rapida oscillazione di prezzo del prodotto causata dall’interventismo pubblico dominante. Il Pecorino Romano inoltre ha come unico sbocco gli USA e chi fa impresa sa bene che i mercati con un unico cliente e/o unico fornitore, non consentono una diversificazione del rischio. Ad oggi quindi il Pecorino romano è una perfetta commodity.

Per poter avere potere contrattuale bisogna completamente ribaltare la situazione trasformando il Pecorino romano da commodity, a prodotto esclusivo.

Da sfatare anche il mito per cui il biologico aiuterebbe le aziende di piccole dimensioni: tantissime aziende tra cui Futuragra, con Giorgio Fidenato, ricorda che solo pochissimi prodotti commercializzati come “bio” provengono dal lavoro di piccoli imprenditori, la maggior parte riguarda conglomerati e grandissimi gruppi aziendali.

Altro elemento negativo è il basso grado di internazionalizzazione delle imprese sarde, nel 2016 al 12,7% delle esportazioni sul PIL , è il segno di un mondo dell’impresa scarsamente aperte ai mercati e immobile tra le sue barriere.

Concludo affermando fortemente che la cultura imprenditoriale non si forma dai finanziamenti a pioggia. Non sono mai stati i finanziamenti a creare gli imprenditori.

La Sardegna potrebbe crescere tantissimo se imparasse a cooperare, a capire i mercati e le imprese avessero associazioni degne di questo nome, capaci di presentare studi analitici e strategici di comparto. E’ doveroso separare la proprietà delle strutture dalla loro gestione. I titolari, spesso non formati e non tecnologicamente dovrebbero affidarsi a manager e dirigenti con esperienza nel settore. Smetterla di voler fare “tutto per tutti”, tipico atteggiamento delle imprese anni ’70, consentirebbe alle aziende di sviluppare nuove idee e concentrarsi sulle azioni importanti.

 

 

 

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