Un caso di cronaca nera nella Cagliari spagnola: la congiura di Camarassa

Rappresenta ancora oggi, a distanza di oltre tre secoli, uno tra i più avvincenti casi irrisolti nella storia della Sardegna, un vero e proprio giallo che ancora appassiona e che, se diventasse un film, terrebbe di certo incollati alla poltrona. E’ la congiura di Camarassa dietro alla quale si celano importanti retroscena politici della Cagliari del Seicento.

Era il 24 Maggio 1665 quando il re di Spagna Filippo IV affidava a don Manuel de los Cobos, marchese di Camarassa, il ruolo di vicerè di Sardegna. Questa nomina, del tutto inaspettata, cominciava sotto i peggiori auspici, dato che, dopo la morte del vicerè precedente don Luigi Ludovisi nel 1664, aveva assunto temporaneamente la reggenza il governatore di Cagliari e della Gallura don Bernardino Mattia di Cervellon. La nobiltà feudale sarda, simpatizzante del Cervellon, si aspettava che il sovrano ne appoggiasse la nomina anche per il ruolo di vicerè, e fu totalmente sorpresa quando invece fu nominato al suo posto il marchese di Camarassa.
Nuovamente delusi nelle loro aspettative, dopo che il governo spagnolo continuava ad attribuire un peso politico pressochè inesistente al Parlamento, i nobili esponenti dei tre stamenti si strinsero nella lotta contro la Corona designando garante degli interessi locali don Agostino di Castelvì, marchese di Laconi.

Quest’ultimo, temprato dalla vita e determinato ad ottenere potere e riforme, aveva da poco varcato la soglia dei cinquant’anni, rimanendo un uomo arguto e combattivo. Aveva perso una moglie, Giovanna Dexart, e nel 1665 sposò una sua giovane nipote, donna Francesca Zatrillas, contessa di Cuglieri e marchesa di Sietefuentes, che aveva la metà dei suoi anni e una bellezza senza precedenti.

Continuamente pressato dalle richieste della Corona, il governo Camarassa si rivelò da subito ostile nei confronti dell’aristocrazia feudale sarda, privandola di ogni peso politico. A questo si aggiungeva l’enorme pressione fiscale che continuava a gravare sul Regno di Sardegna per finanziare l’esercito spagnolo contro l’avanzata del re di Francia Luigi XIV. Data la situazione, nel 1667 don Agostino si recò a Madrid per interloquire direttamente con la reggente Anna d’Austria, ma il soggiorno si rivelò più lungo e difficoltoso del previsto: dopo aver tentato più volte invano di dialogare con la reggente, fece ritorno in Sardegna il 20 Maggio 1668 senza alcun risultato. Ma non era tutto. Il vicerè Camarassa, approfittando dell’assenza dell’autorevole Castelvì, aveva aperto i lavori per la convocazione degli Stamenti e approvato la corresponsione di un consistente donativo. Si trattava di un dichiarato abuso di potere con il quale il vicerè sembrava volersi beffare dei sardi.

Proprio in questo momento di grande tensione tra la Corona e la nobiltà locale, nella notte del 20 Giugno lungo l’attuale via La Marmora – all’epoca Calle Major – don Agostino di Castelvì fu brutalmente assassinato, colpito da numerosi colpi d’archibugio e finito a morte con 20 coltellate in quella che, a tutti gli effetti, sembrava una violenta e meditata esecuzione.

 

Chi aveva ucciso il marchese di Laconi?

La prima a farsi avanti nell’accusa fu donna Francesca, la quale puntò il dito contro don Antonio de Molina e don Gaspare Niño, incaricati dal Camarassa del disbrigo delle pratiche per la chiusura del parlamento e proprietari delle abitazioni che delimitavano l’area nel quale si era consumato il delitto. La vedova sosteneva che il vicerè avesse ordito un complotto ai danni del defunto marito e che si fosse servito dei due uomini per eliminarlo. Ad avvalorare il coinvolgimento del Camarassa e dei due presunti sicari nell’eliminazione del Castelvì c’era un altro fattore che fu inevitabilmente strumentalizzato: nei giorni seguenti al delitto, per paura di possibili rappresaglie, il vicerè offrì ospitalità ai due uomini presso il Palazzo Viceregio, consentendo loro di fuggire in Spagna.

Anche il Camarassa, del resto, temendo per la sua incolumità, aveva cominciato a girare per le strade di Cagliari con la scorta. Era il chiaro segnale di un clima teso e ostile, destinato a condizionare gli equilibri politici e incentivare subdoli giochi di potere.

Appena trenta giorni dopo, infatti, si consumò un altro omicidio: di rientro dalla Chiesa del Carmine, un sontuoso cocchio faceva ritorno a Castello. All’interno c’erano proprio il vicerè, sua moglie Isabella e i suoi quattro figli. Superato l’arco d’accesso al quartiere, in corrispondenza della Torre del Leone, la carrozza imboccava via dei Cavalieri – attuale via Canelles – entrando nel mirino di una guerriglia urbana senza precedenti. Dalla casa di Antioco Brondo, presso l’attuale civico 32, partirono alcune schioppettate che uccisero sul colpo il vicerè. Le grida dei figli attirarono alcuni passanti e il cocchiere accelerò la corsa verso il Palazzo per fuggire ad ulteriori colpi. Alcuni uomini si erano precipitati a chiudere le porte del Castello, proprio sotto la torre del Leone, ma furono anch’essi feriti a morte da un fuoco incrociato in corrispondenza dell’attuale Palazzo Zapata-Brondo e della casa di Don Francesco Cao, entrambe in prossimità della Torre.

Seguì l’anarchia e Donna Francesca, cavalcando l’onda del sospetto seguita all’aggressione di Camarassa, tornò a rincarare la dose di accuse verso i mandanti dell’omicidio del marito, accusando, stavolta, donna Isabella, vedova del Camarassa. Presentò alla Reale Udienza – il tribunale supremo di Sardegna – un’istanza per far riaprire le indagini, fornendo anche un nutrito elenco di testimoni che avvalorassero la sua idea. Tra queste una domestica al servizio del Palazzo Viceregio, tale Clementa Cannas, la quale giurò di aver sentito la viceregina delegare Niño e Molina di uccidere don Agostino di Castelvì. Le due istruttorie furono portate avanti parallelamente, senza però giungere a nessun esito convincente, nè per l’uno nè per l’altro delitto. Data la situazione stazionaria e temendo per la sua vita, donna Francesca si trasferì nel suo feudo di Cuglieri, dove fu raggiunta, tra gli altri, da don Silvestro Aymerich, un suo cugino da parte di madre. Sui due avevano cominciato a circolare delle voci di un presunto “affair” già da prima della morte di don Agostino. I due amanti, ad ogni modo, convolarono a nozze nello stesso anno con la benedizione di papa Clemente IX e del cugino di don Agostino, don Artaldo di Castelvì, Marchese di Cea.

Quest’ultimo coltivava da tempo il sogno di un governo centrale sardo emancipato dall’ingombrante e oppressiva presenza spagnola e stava radunando un folto gruppo di nobili e membri del clero che appoggiassero la sua idea. Ma il piano pacifico del marchese di Cea fu spazzato via dalla nomina del nuovo vicerè di Sardegna il 23 Agosto 1668, il duca di San Germano don Francesco Tuttavila. Questi, deciso a risolvere al più presto la questione, annullò i due processi iniziati dalla Reale Udienza e ricominciò daccapo tutte le indagini, affidandole a don Giovanni Herrera, del Reale Consiglio di Napoli. Le nuove istruttorie ebbero inizio nell’aprile 1669 e collegarono immediatamente l’ostinazione di donna Francesca Zatrillas, che per prima e a più riprese si era scagliata contro il vicerè e la viceregina, con la volontà di sbarazzarsi del marito, il quale rappresentava un ostacolo alla sua unione con don Silvestro Aymerich. Vista in quest’ottica, dunque, sarebbe stata lei, con la complicità del suo amante, a far uccidere il marito, per poi strumentalizzare l’ostilità nei confronti del vicerè e favorire così il secondo delitto, ordendo una vera e propria congiura nei confronti del vicerè, appoggiata da altri nobili: don Silvestro Aymerich, il Marchese di Cea, don Francesco Portugues, don Gavino Grixoni, don Francesco Cao, don Antioco Brondo. Furono questi, secondo le dichiarazioni dell’ Herrera, ad uccidere Camarassa.

Così, con bando del 23 maggio 1669, affisso a Cagliari e Sassari, si diede mandato per la cattura dei congiurati, condannati alla confisca dei beni, alla demolizione delle abitazioni e alla pena capitale. La cattura avvenne in momenti e in circostanze diverse: donna Francesca riuscì a fuggire a Nizza e salvarsi, mentre Silvestro Aymerich, Francesco Cao e Francesco Portugues furono decapitati immediatamente il 27 Maggio 1671 in Gallura. Le loro teste, svuotate e riempite di sale, furono esposte a Sassari e poi issate su tre lance alla testa di un lungo corteo diretto a Cagliari. Il marchese di Cea e il suo servo Francesco Cappai, invece, furono mantenuti in vita, con quel poco di cibo e acqua che ne avrebbe garantito la sopravvivenza.

Il macabro corteo raggiunse Cagliari in 12 giorni e si radunò sotto la torre dell’Elefante, dove i due sopravvissuti furono imprigionati per poi essere giustiziati sei giorni dopo.

Il 15 Giugno 1671 nell’attuale Piazza Carlo Alberto, antica Plazuela deputata all’esecuzione capitale dei nobili, Francesco Cappai fu torturato e ucciso per mezzo della ruota medievale e don Artaldo fu decapitato al cospetto della folla. La sua testa mozzata fu rinchiusa assieme alle altre dentro una gabbia in ferro ed esposta sulla torre dell’Elefante per 17 anni, finchè il vicerè Nicolò Pignatelli Aragon ne richiese la rimozione.

Ma l’esposizione delle teste non fu l’unico monito per la popolazione. Un’altra importante testimonianza, meno effimera della carne e destinata a durare fino ad oggi, fu affissa nel luogo del delitto Camarassa. Si tratta di un’epigrafe che riporta in lingua spagnola i tristi fatti del Luglio 1668, nonchè i nomi dei congiurati e l’accusa di “lesa maestà”.

 

In conclusione, dunque, quale fu la verità sul caso Laconi-Camarassa?

Probabilmente non la sapremo mai, ma quel che emerge è una storia intricata dai contorni romanzeschi che non smette ancora oggi, a distanza di oltre tre secoli,di suscitare interesse e curiosità.

 

 

Riferimenti bibliografici

  • Raimondo Carta Raspi, Storia della Sardegna
  • Antonello Angioni, All’ombra di Carlo V. Feudatari e vicerè: lotte politiche e confini di potere nella Cagliari del Cinquecento
  • Gian Michele Lisai, La Sardegna dei Misteri e I delitti della Sardegna
  • Dionigi Scano, Donna Francesca Zatrillas

 

 

 

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