La musicalità della Terra

Nel passato, quello più antico, quello dove l’elettricità ancora non esisteva e le uniche luci in grado di splendere nella notte erano quelle delle stelle, delle fiamme di candele e torce, la musica ricopriva con molta probabilità più di un semplice ruolo ludico nella vita quotidiana dell’uomo. Non mi stancherò mai di ricordare, la musica è al contempo sia emozione che quel veicolo che ha il compito di comunicare emozioni, compito che ancora svolge egregiamente anche ai giorni nostri.

Nel passato di cui abbiamo accennato, la musica in certe occasioni assumeva anche un ruolo molto più pratico, importante, per non dire vitale, come quello di comunicare precisi messaggi tra le persone. Compito questo non semplice, in special modo se mittenti e destinatari risultavano situati in luoghi diversi e a grande distanza l’uno dall’altro. Per questo scopo, la musica in se, veniva definita da un insieme di suoni regolati in maniera tale da essere dei veri e propri codici sonori in grado di far capire cosa stesse accadendo o alternativamente cosa sarebbe accaduto di lì a poco. Dall’uso corretto di questi codici sonori dipendevano le sorti di interi villaggi, di eserciti, per questo motivo gli strumenti in grado di essere udibili a grandi distanze come i corni avevano un ruolo primario, così come gli strumenti più versatili nella comunicazione, come nel caso dell’uso dei tamburi, strumento a percussione costituito da una membrana vibrante, all’epoca solitamente in pelle animale, tesa sopra una cassa di risonanza costituita da un cilindro cavo in legno la cui profondità e diametro determina l’estensione del suono emesso dalla percussione della pelle, effettuata tramite uno o più “mallet”, niente più che un sottile bastone in legno, di media lunghezza, dotato a una estremità di una piccola imbottitura in tessuto, appositamente realizzata con lo scopo di aumentare la superficie d’impatto nella pelle del tamburo. Questo strumento, è forse uno dei primi ad essere stato creato, tra tutti, anche se complesso nella sua realizzazione, a oggi non si conosce ancora quale popolo lo costruì per la prima volta, è presente in tutte le culture e non è difficile capirne i motivi. Una pelle animale essiccata e tesa sopra una qualsiasi superficie cava e una mano a percuoterla, chiunque può suonare questo strumento anche senza la minima abilità, ed è logico supporre che sia uno di quelli più vicini all’origine stessa del suono usato come portatore di messaggi, uno strumento quindi che viene sia per ritualità che per gli elementi fisici costituenti: scarti della caccia e legname.

Ancora più antico e decisamente più nostrano, strumento tipico della tradizione agro-pastorale, anche sarda, è lo zufolo, uno di quelli più conosciuti e diffusi, seppur spesso in forme diverse, in Sardegna prende il nome di Su Sulittu. Questo strumento, che viene realizzato con un unico pezzo di canna, ha radici antiche. Già in età nuragica si pensava che questo strumento, affiancato alle Launeddas, fosse parte integrante della tradizione musicale dell’isola. Una tradizione antica che ovviamente rifugge qualsivoglia tecnologia e prende spunto e origine dalla musicalità stessa della Natura, una musicalità fatta di vento, pioggia, stridii e altri suoni che l’uomo, con la costruzione di strumenti adatti allo scopo, mira a riprodurre.

Ecco, ora potremmo continuare ad andare a ritroso nel tempo e, magari saltando tra un’epoca e l’altra, potremmo provare ad elencare tutti gli altri strumenti musicali esistiti, magari arcaici nati dalla volontà di riprodurre ciò che la terra stessa produceva, ossia la madre di tutta la musica, ciò che con molta probabilità ha ispirato l’uomo sin dai primordi… ma non lo faremo.

Concentriamoci non sullo strumento ma sul perché esso esista, cerchiamo di arrivare a capire cosa sia questa fonte di ispirazione nata dalla Terra, dalla Natura stessa e per farlo, proviamo per un momento a distaccarci da qualsiasi concezione di tempo, da qualsiasi epoca a noi nota. Svuotiamo la mente e banalmente immaginiamoci immersi nella natura, la più comune e reperibile, un prato. Il vento soffia leggero e profumi, sensazioni e immagini ci mostrano le meraviglie che la Terra ci può donare, anche in un semplice prato. Ecco, basta una foglia, un filo d’erba per generare un suono, un minimo di abilità per modularlo e creare un insieme di suoni coordinati. Basta un temperino e il fusto di una canna per intagliare qualcosa in grado di sviluppare delle musiche più complesse di quelle generabili con un semplice filo d’erba, uno strumento che ci permette di migliorare quei suoni e generare qualcosa di più armonioso, ed ecco che con un pipiolu, pipaiolu, sulittu, piffaru, pipiriolu o più banalmente zufolo del Pastore, comune a tutte le popolazioni, abbiamo potuto anche noi contribuire alla musicalità della natura e alla Terra stessa, imparando da essa e rendendole omaggio nel migliore dei modi.

 

 

Riproduzione Riservata

 

© Riproduzione Riservata - Sardegna Società