Il culto delle acque nell’isola

L’acqua, indispensabile per la vita degli esseri viventi, è l’elemento d’unione tra essi e la natura.

L’uomo nasce nell’acqua ed è composto da un’alta percentuale di essa. Sin dai tempi più lontani, accanto ai culti dedicati alla Madre Terra, gli uomini onoravano anche l’acqua. In Sardegna, il ‘culto delle acque’ risulta presente fin dal principio della storia dell’isola. Si ‘adorava’ l’acqua piovana, la quale alimentava i corsi d’acqua ed il sottosuolo, e quella sorgiva, che dissetava i pastori e le loro greggi. La Dea Madre veniva riconosciuta in ogni elemento terrestre, tra cui anche l’acqua. Infatti, molti riti in suo onore sono stati tramandati fino ai nostri giorni, tramite i quali si poteva avere un contatto con le divinità acquatiche, le quali erano, appunto, rappresentate da fiumi, sorgenti, laghi, fonti, specchi d’acqua, mare. Fino al secolo scorso, in Sardegna, nei lunghi periodi aridi, nei quali persisteva la siccità, i bambini andavano per le vie del paese con una ghirlanda fatta di erbe palustri, ed invocavano la divinità dell’acqua. Il rito poteva essere sia pagano che cristiano, a dimostrazione del fatto che molte chiese dedicate ai santi erano state costruite accanto a pozzi sacri o fonti nuragiche.

Ma come si presentavano queste strutture magiche?

Nelle ‘fonti sacre’, dove l’acqua sgorgava al livello del suolo, non erano presenti gradini. La struttura veniva addossata alla fonte sorgiva, ed era composta solitamente da un ambiente architravato, delimitato da lastre di pietra. I ‘pozzi sacri’ nuragici, invece, erano formati da blocchi squadrati, con il vestibolo lastricato, presentavano una scala per scendere del fondo ed erano coperti da una tholos o da una cupola. L’importanza di queste strutture si può rilevare dalla cura con la quale vennero costruite, e dal fatto che si sono tramandate nel corso dei secoli, fino all’avvento del cristianesimo. Queste strutture sacre, fondate sul culto dell’acqua, erano meta di pellegrinaggi e cerimonie. Le ricerche archeologiche hanno evidenziato che nell’area adiacente alle strutture sacre erano presenti numerose abitazioni; probabilmente, in alcuni periodi dell’anno dedicati alle ricorrenze dei riti, le genti nuragiche si riunivano e sostavano in queste strutture. Come affermava il celebre Giovanni Lulliu nella sua opera ‘ La civiltà in Sardegna nei secoli – Al tempo dei nuraghi’, “In questi luoghi […] proponevano l’apertura del gruppo tribale ad un certo discorso «federale», nell’occasione speciale della festa. […] in schemi urbanistici e modi diversi, vediamo realizzarsi nella Sardegna nuragica una sorta di «pansardità» in qualche modo affine a […] quella «greca», constatabile nei grandi e celebri santuari”. I riti che si svolgevano al loro interno, mettevano in contatto il mondo terreno (i vivi) con il mondo ultraterreno (i morti). Non solo, a testimonianza dei riti per la guarigione dalle malattie, sono i ritrovamenti di ‘statuette fittili votive’ (in terracotta o argilla) che venivano rappresentate con la mano posta sul punto in cui il malato sentiva il dolore e venivano lasciate nel luogo sacro dopo il rito. L’alternativa era quella di immergere il malato nell’acqua della fonte o del pozzo sacro. Non solo. Nei luoghi sacri, sono stai ritrovati anche numerosi ‘bronzetti nuragici’. Un esempio si ‘fonte sacra’ è ‘Su Tempiesu’, collocato nel comune di Orune. Si tratta di una struttura nuragica, risalente all’Età del Bronzo, destinato al culto dell’acqua. Nel 900 a.C. una frana ne distrusse la parte superiore e lo seppellì interamente. Solo nella metà del 1900 venne riscoperto. La struttura venne realizzata con dei grandi massi di basalto squadrati e presenta una fonte principale coperta da un tetto a doppio spiovente; l’accesso è preceduta da un’esedra la quale è delimitata da un muretto curvilineo in basalto, all’interno del quale è presente una fonte minore, che raccoglie le acque che provengono dalla fonte maggiore e defluiscono grazie ad una canaletta che termina con un gocciolatoio.

Durante le ricerche archeologiche sono stati ritrovati oggetti votivi, quali spade, pugnali, spilloni, amuleti, bracciali, anelli, ciondoli, bottoni, aghi e bronzetti. Un esempio di ‘pozzo sacro’ è il ‘Tempio a pozzo di Orri’. Esso è situato nel territorio di Arborea, nel golfo di Oristano, adiacente allo stagno di Marceddì. Il sito è stato frequentato per periodi prolungati; la principale fase costruttiva risale all’età nuragica, ma la frequentazione nell’punica e in quella romana è testimoniata dal ritrovamento di numerosi reperti anforacei e ceramici. Allo stesso modo, nella fase di ricerca, sono stati ritrovati reperti molto più recenti; il ché indica la frequentazione del sito fino all’età moderna.

Le ricerche archeologiche nell’area del pozzo, hanno permesso di mettere in luce la cresta del muro orientale de e l’abside nella quasi totalità. All’interno del pozzo, sono presenti numerosi massi crollati, probabilmente relativi alla copertura. Al suo interno sono state ritrovate numerose statuette votive, plasmate grossolanamente, indicanti con la mano la parte del corpo in cui si localizzava la malattia. In entrambi i luoghi brevemente descritti, la falda acquifera risulta ancora attiva. 


 

 

 

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