La fiaba come strumento didattico

La fiaba può essere considerata un genere universale, che nei tempi ha caratterizzato popoli e culture. Essa stessa è stata a sua volta influenzata e condizionata da processi culturali, usi, costumi, diventando un vero e proprio strumento di conoscenza e comprensione di civiltà e processi psico – sociali. L’apice di questo processo di condizionamento è la costruzione di “sé”, l’operazione formativa che agisce sull’essere con la rappresentazione di significati importanti a cui ricondurre il senso dell’esistenza.

Nella fiaba ritroviamo anche uno strumento didattico formidabile: la letteratura infantile fiabesca è legata a concetti chiave come l’accoglienza, il dialogo, il perseguimento dell’autonomia, lo sviluppo dell’identità, la consapevolezza e la cittadinanza attiva.

Nelle trame delle storie, possiamo dunque individuare tematiche argomentazioni legate ai contenuti disciplinari proponibili ai bambini fin da tenera età. In tale modo offriamo loro una visione del mondo globale e i simboli in esso celati; ogni storia può offrire ai bambini un’occasione per un’azione ludica, dove rappresentare i propri bisogni e darsi le risposte, spesso mancanti da parte degli adulti.

Le storie delle fiabe sono un mezzo per impostare nuove relazioni, per capire ciò che è giusto e ciò che è sbagliato, per costruire le proprie strutture mentali. Non possiamo dimenticare il grande valore etico e morale delle favole, mediante il quale il bambino può costruirsi non solo come io essere razionale, ma anche come soggetto di comunità partecipe attivo di una società, di regole e prescrizioni.

La letteratura per l’infanzia, può essere ancora materiale di approfondimento per la riflessione intorno alla tematica educativa – pedagogica, per orientarsi verso modelli educativi di senso, di significato per la dimensione infantile. In definitiva quindi un pretesto per sviluppare in ambito scolastico progetti di educazione interculturale, ambientale, di educazione generale.

In riferimento a questo grande contributo che le fiabe possono dare all’attività didattica metodologica, possiamo considerare gli autori delle fiabe come dei maestri, degli educatori, che con il loro linguaggio simbolico, parlano al bambino, educandolo e formandolo all’uomo che diventerà.

Io stessa quando ho avuto occasione, ho utilizzato e sfruttato le opere delle fiabe per aiutare il bambino a comprendere i significati della realtà che lo circonda, scoprendo così che il mondo della fantasia per i bambini è il mezzo ideale per arrivare al mondo della realtà, comprenderlo e viverlo nel modo migliore. Vi lascio con una fiaba, moderna che parla comunque di valori, di confronto, collaborazione, di sentimenti, di vita insomma. Sono personaggi particolari, infatti sono semplici umili utensili e stoviglie, ma essendo ancora un po’ bambina dentro di me, gli ho immaginati con una loro vita e un’anima. E anche loro in qualche modo avranno qualcosa da trasmettere ai bambini.

 

 

 

Racconto vincitore del 1° Premio speciale della Giuria Concorso Emozioni a tavola La Gazza Borno BS

EMOZIONI A TAVOLA

Quella non era una domenica come le altre, era una domenica speciale, con degli invitati speciali. In cucina erano pronte dentro il forno le lasagne al ragù, e sui fuochi della cucina cucinava lento e aromatizzato un bel pezzo di arrosto. Il fermento per il pranzo animava tutta la cucina, ma in particolar modo gli abitanti della credenza. Si proprio della credenza: piatti, bicchieri zuppiere e piatti da portata, senza dimenticare l’argenteria! Erano talmente tanto tempo rinchiusi in credenza, che si erano accorti solo quella mattina che quella sarebbe stata la loro giornata, o meglio il loro pranzo. Con un pranzo così, pensavano, ci vogliono i pezzi giusti a tavola, pezzi da novanta, e loro lo erano. Così iniziarono a discutere nella credenza su chi sarebbe stato scelto per l’occasione:

  • Sono stata rinchiusa qui per talmente tanto tempo che ora non avrei quasi voglia di andarci! – si lamentava la zuppiera in porcellana in stile inglese.

  • Beh, non è detto che tu ci vada, non ho sentito profumo di brodo! – le rispose un piatto da portata.

  • E noi ci andremo al pranzo? Che dite fratelli? – domandarono i piatti del servizio buono, quello per precisare avuto in dote per le nozze della padrona di casa, mai usato in venticinque anni!

  • Non vi preoccupate, tanto tirerà fuori il servizio di emergenza, come fa di solito! – rispose un gruppo di piatti in ceramica.

  • E delle posate che dite? L’argento mi sa che non và più di moda! – esclamarono forchette e coltelli rigorosamente d’argento e un po’ imbruniti dal tempo.

  • Ah no, le posate in acciaio, mie care, quelle nuove, del cassetto in credenza! – si fecero avanti le posate nuove dal cassetto.

Insomma come era facile da intuire, tutti volevano essere protagonisti del grande pranzo domenicale, ma ancora non sapevano cosa avrebbe scelto la padrona di casa. E’ inutile pensare che fra tutti, posate bicchieri e piatti, era nata un po’ di invidia, gelosia! Erano talmente tanto tempo rinchiusi in credenza che non sapevano neanche come era fatto il soggiorno. La loro unica uscita c’era stata una volta, per un bagno generale, durante il quale, un bicchiere aveva preso un colpo, e si era sbeccato, rimanendo invalido e quindi inutilizzabile, e due piatti erano ben scivolati dalle mani della signora per finire a pezzi in terra, nessun tipo di colla avrebbe potuto rinsaldarli e così avevano visto la via della spazzatura.

  • Ma insomma tutta questa cura di tenerci conservate per cosa? – domandarono le posate.

  • Certo, siamo qui a impolverarci, prenderemo qualche brutta malattia, e nessuno che ci abbia mai mangiato dentro! – annuirono i piatti del servizio buono.

  • E noi bicchieri cosa dovremo dire? Abbiamo un fratello ormai sbeccato, prima facevamo numero 12 ora siamo in 11, e ho sentito che porta anche male! – disse uno dei bicchieri.

  • No guarda ti sbagli è il numero tredici che porta male! – le rispose la zuppiera.

  • E tu zuppiera cosa pensi di questo pranzo? – le domandò un calice.

  • Finirò come al solito per essere usata per altri scopi! Mai visto un brodo in vita mia! Che so un minestrone, una purea vegetale, niente, solo scontrini e qualche bolletta! – rispose la zuppiera.

  • Già, la padrona si può dire che non ci abbia amato molto! – disse uno dei piatti.

  • Oh no, non dovete pensare questo, forse ci ha tenuti qui per preservarci dai pericoli, per rimanere intatti! - disse una tazzina da caffè.

  • Beh almeno voi ogni tanto un giro lo fate! – le disse un bicchiere.

  • Si, ma raramente, anche per noi, vi sono i supplenti! Un servizio vinto ai punti del carburante! Che delusione! – ribatte la tazzina.

Ma era ormai giunta l’ora. Sulla tavola faceva la sua bella figura una tovaglia in fiandra, e ora di chi era il turno? La credenza venne aperta: prima fu il turno dei bicchieri, che vennero sciacquati e presero posto a tavola, ben sei ( almeno loro!!); poi vennero scelti sei piatti piani, fondi ,frutta dal servizio buono: anch’essi ben lavati e posti sulla tavola; infine ecco i piatti da portata, cugini della zuppiera, uno per le lasagne e uno per l’arrosto. Le posate dovettero rinunciare, troppo tempo ci voleva per lucidarle, e così quelle in acciaio, come ogni giorno, fecero il loro servizio! Le posate d’argento, dallo sportello della credenza si sentivano tristi, mancavano solo loro, bene o male un po’ tutti della credenza avevano avuto l’onore di quel pranzo. Ma forse in futuro ci sarebbe stata una occasione anche per loro! La zuppiera che ugualmente non era stata interpellata le consolava:

  • Vedete care amiche, molte volte e meglio stare a guardare, abbiamo la nostra dignità, vuol dire che ci saranno altre occasioni, questa non era quella giusta!

  • Anche noi che siamo rimasti qui, dovremo aspettare un altro turno! – dissero i restanti piatti del servizio buono.

  • Sapete che vi dico: ci risparmiamo quell’unto delle pietanze! – disse la zuppiera.

  • Si, però dovremo rinunciare anche al bagno con le bolle, e a noi piace tanto, con quel profumo di limone poi! – dissero i piatti.

  • Vabbè, ho capito siamo un po’ tristi, ci sentiamo abbandonati e dimenticati, ma oggi è un pranzo speciale per i nostri fratelli, quindi cerchiamo di stare felici per loro! Poi ci faremo raccontare tutto, se non riusciamo a vedere bene da qui!

Si forse era meglio così per i vari ospiti della credenza. Aspettare il ritorno dal gran pranzo, per farsi raccontare, il giro delle pietanze e pettegolezzi degli invitati. Un giorno o l’altro ci sarebbero stati 12 invitati e allora la massaia avrebbe dovuto convocarli tutti e allora sarebbe stato un evento davvero importante per tutti loro.

Ma adesso si doveva solo attendere, e poi sarebbe stato un raccontare in credenza!

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