A sbagliare strada non si sbaglia mai

Ogni viaggio da me condotto e vissuto un mondo alla volta, ha sempre recato con sé molti stimoli e dosi di stupore che non ho mai mancato di trasformare in riflessioni e, in seguito, in quegli insegnamenti solidi e profondi che mi accompagnano nel mio quotidiano. Mi piace ricordare quanto capitatomi in Nepal, tappa intermedia del mio ultimo viaggio-missione, che mi ha visto consapevole vagabondo di un sorprendente peregrinare. Un giorno, mentre scendevo da un campo base dell’Annapurna (Himalaya) che si trovava a più di trenta chilometri dal luogo in cui alloggiavo, ho deciso, senza un motivo preciso, di non prendere il bus che mi avrebbe riportato a casa, ma di tornare a piedi. “Almeno – mi son detto – cammino per quanto riesco. Se poi non ce la faccio più prendo un bus o faccio autostop”. Mentre procedevo nel mio cammino, ho deciso di non percorrere la strada ma di tagliare per le campagne. In Nepal, paese per lo più montuoso, le campagne sono fatte a terrazzamenti, dove sorgono le risaie e le case dei contadini, sparse qua e là. A un certo punto, mi sono fermato per riprendere fiato e sono capitato vicino a una casa, dove stavano una bambina con la mamma e la nonna. Ho chiesto indicazioni e, forse non mi hanno capito bene, o forse si; insomma, sta di fatto che mi sono visto allungare uno sgabello perché potessi riposare e sono rimasto talmente colpito da una così inaspettata e cordiale accoglienza, che ho accettato di buon grado. Le donne mi hanno offerto un chai, un tè con del latte tipico di questi luoghi, e mentre io giocavo con la bambina,la nonna ha iniziato a impastare della farina con cui ha preparato, un roti, un pane locale, accompagnato da verdure, perché lo mangiassi. Non cercavo ospitalità, non cercavo nulla, e, proprio per questo, tutto ciò che è accaduto in quel momento mi è parso davvero toccante e unico. Una simile cordialità non è usuale nelle nostre città, per quanto le persone possano essere accoglienti. Forse, qualcosa di simile accade ancora nei piccoli centri o in paesi così sperduti e isolati da far sì che i loro abitanti non abbiano ancora dimenticato la spontaneità e la delicatezza della gratuità e della condivisione, soprattutto verso chi è straniero.

 

Tutto questo mi ha fatto molto pensare. Prima di tutto, mi sono scoperto a ringraziare per la bellezza inaspettata, e non scontata, di cui mi è stato fatto dono. E poi il mio riflettere è scivolato sulla consapevolezza che niente di tutto ciò sarebbe mai accaduto se non avessi lasciato la strada principale. Non è vero che lasciare la strada vuol dire perdersi. Lasciare la strada vuol dire porsi su dei sentieri, più o meno battuti, e mettersi su un sentiero vuol dire non perdersi. Magari si tratta di una scelta fatta per pigrizia, per comodità, per tanti motivi: non è importante. Ciò che importa è che lasciare la strada principale è il primo passo per crearne di nuove. E ciò ritorna costantemente anche nella nostra vita. I nostri meccanismi e il nostro agire, le relazioni che instauriamo, il nostro muoverci nel mondo, spesso rappresentano delle strade a senso unico dove ci risulta difficoltoso compiere un’inversione a “U” e la causa principale siamo noi stessi, il nostro timore di non potercela fare, il terrore di perderci una volta usciti dal tracciato, di staccarsi irrimediabilmente da qualcosa o da qualcuno.

 

Da parte mia, ho scelto di percorrere quei sentieri, regalandomi l’opportunità di godere di spettacoli meravigliosi, pur faticando di più, questo è certo. In alcuni punti, poi, il sentiero non era presente. Avevo ben chiaro quale potesse essere la destinazione, ma non come raggiungerla. Questo mi è piaciuto perché ho pensato che, il mio, fosse il primo passo di un nuovo cammino, che fossi un po’ un pioniere. Ecco perché ritengo sia arricchente lasciare la strada maestra per percorrere dei sentieri più stretti, più impervi e, a volte, abbandonare anche quei piccoli sentieri, col rischio di perdersi per essere i primi a costruirne di nuovi. Passo dopo passo, sfregare dopo sfregare, la strada diventa battuta. Sono tanti gli scrittori e i poeti che narrano di direzione e di come ci sia sempre qualcuno, di esterno o d’interno a noi, che consolida ogni nostro passo. E noi, a nostra volta, siamo chiamati a consolidare il passo di chi ha percorso una via prima di noi. Questo mi viene bene con la scrittura: butto parole e pensieri a casaccio e cerco il modo di tenerli insieme, creando qualcosa di completamente nuovo. In fondo, a che vale il nostro esistere se non ci spinge a creare qualcosa di nuovo, donando l’inaspettato a chi lo vede, a chi lo assaggia, a chi lo legge, a chi lo capisce, a chi lo fa proprio? Tutto quanto facciamo deve essere legato al riconoscimento, a riconoscerci nell'altro e ciò è possibile solo cambiando strada e talvolta sbagliando strada.

 

 

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